La Lega si mangia un altro pezzo d’Italia. Si divora Forza Italia a morsi grandi così al Nord, si mette allo stesso tavolo del Pd nelle zone che una volta si chiamavano rosse e, per non godere solo a metà, si lecca le dita osservando gli alleati Cinquestelle laggiù in fondo. Il vincitore della domenica elettorale è uno solo, Matteo Salvini, che aveva dato un’ultima dose di doping alle sue urne annunciando voler lasciare la Acquarius con 630 migranti a bordo in mezzo al mare. Non lo nasconde: “Abbiamo aumentato il numero dei sindaci, raggiungendo percentuali commoventi a Terni e Pisa per non stare nel lombardo-veneto dove i successi sono garantiti. Significa che questi primi giorni da ministro sono stati riconosciuti”. E’ una delle tendenze riconoscibili in un giro di amministrative che ha visto trasformare un altro po’ l’elettorato: da fluido a frastagliato. Parecchi fattori infatti rendono ancora più caotico il quadro: tra questi non solo le dinamiche politiche tutte locali, ma anche la fuga quasi in massa dalle urne degli elettori del M5s delle Politiche del 4 marzo che domenica in molti casi hanno lasciato i candidati grillini al loro destino un po’ gramo. Per dirla con una frase secca, basta l’analisi nelle 20 città capoluogo: dei 4 partiti principali solo la Lega aumenta voti rispetto al 2013, 111mila voti contro i 25mila del 2013.

Centrodestra in 65 ballottaggi su 76
Il primo dato macro è la resistenza a livello locale del vecchio bipolarismo di un tempo: centrodestra contro centrosinistra. Un’analisi dell’istituto Cattaneo sottolinea che su 111 Comuni superiori – 109 più i due municipi di Roma – ne sono stati assegnati 35: 14 al centrodestra, 13 a liste civiche, 8 al centrosinistra. Le restanti 76 amministrazioni andranno al ballottaggio e in 43 casi la sfida sarà tra centrosinistra e centrodestra (in 20 casi in vantaggio il centrosinistra, in 23 il centrodestra). In generale il centrodestra è presente in 65 ballottaggi su 76 e in vantaggio in metà delle sfide. Il centrosinistra è presente in 52 ballottaggi, ma in metà dei casi deve rincorrere. Il M5s è invece presente in 7 ballottaggi ed è il partito più votato in tre Comuni, tutti amministrati da un sindaco del Movimento fino ad oggi: Ragusa, Pomezia, Assemini.

La Lega comanda la coalizione al Centro. Ma al Sud scompare
Ma come fa il centrodestra ad andare così forte? Al Nord e al Centro la locomotiva è solo quella della Lega che si pappa gran parte dell’elettorato berlusconiano nelle grandi città. La Lega è al 24 a Brescia, al 20 a Treviso, al 24 a Pisa e al 29 a Terni (in questi due Comuni è primo partito), al 9 a Siena, al 10 a Massa e al 12 ad Ancona (in queste tre città nel 2013 non aveva presentato nemmeno il simbolo. Forza Italia, nel frattempo, è ridotta al lumicino: in Lombardia, in Veneto, ma anche in Toscana, nelle Marche, in Umbria dove la vecchia parola secessionista, poi federalista e infine sovranista non ha mai avuto una tradizione: a Brescia i berlusconiani si fermano al 7, a Treviso superano a fatica il 3, nei tre capoluoghi toscani galleggiano tra il 3,3 e il 3,6, a Terni si accontenta del 9. Tutto cambia scendendo verso Sud, dove la Lega continua a non sfondare nonostante tutti i tentativi di Salvini: in Campania, in Puglia e in Sicilia il Carroccio in certi casi non corre neanche e quando invece partecipa raccoglie solo qualche decimale. Ciononostante il centrodestra tiene, grazie a Forza Italia che si riprende tornando sul filo del 10 per cento e grazie alle innumerevoli liste civiche sulle quali si spalma il voto della coalizione. Nelle 20 città capoluogo, secondo il Cattaneo, il centrodestra ha messo insieme il 38 per cento dei consensi contro il 33 del 4 marzo e il 22 delle amministrative cosiddette omologhe del 2013. “La distribuzione e la crescita dei consensi – si legge in un report del Cattaneo firmato da Marco Valbruzzi – è piuttosto omogenea sull’intero territorio nazionale”. I picchi al Nord Est (addirittura 57), ma anche al Sud (quasi 42) segno che nelle regioni meridionali a Salvini serve ancora la coalizione larga con Berlusconi e Meloni.

In 5 anni nei 20 capoluoghi il Pd ha perso 100mila voti
Il Pd esulta, in realtà più semplicemente resiste rispetto al tracollo del 4 marzo. Un punto di ripartenza, forse, ma nel 2013 il centrosinistra mise insieme quasi il 42 per cento dei voti in quei 20 capoluoghi, mentre ieri non è andato oltre il 34,6. Resta però quella che il Cattaneo definisce “significativa risalita” rispetto alle Politiche quando in queste città la coalizione non andò oltre il 25 per cento. I risultati di domenica, secondo l’istituto di ricerche, mettono in evidenza “una progressiva erosione dei consensi a favore del centrosinistra, anche a livello locale, ma allo stesso tempo indica una capacità di ‘tenuta’ sia organizzativa che elettorale. Succede soprattutto dove i Cinquestelle sono più fragili (Centro Italia), per non dire quasi inesistenti, come nel Nord-Est. Però, aggiunge il Cattaneo, chi ha perso più voti rispetto a 5 anni resta il Partito Democratico, con una flessione di un po’ meno di 100mila voti. Nonostante questo i democratici tornano ad essere il primo partito. Dietro, però, non c’è il M5s, ma la Lega.

Nelle 20 città il M5s ha una media del 12: paralizzato rispetto al 2013
Che fine ha fatto l’oceano di voti dei Cinquestelle, soprattutto al Sud? Sembra un gioco di prestigio, perché il M5s nelle 20 città capoluogo raccoglie in media poco più del 12 per cento, cioè praticamente gli stessi voti di 5 anni fa quando però il Movimento a livello nazionale era al 25 (e non al 30). Alle elezioni nazionali i Cinquestelle avevano preso il 32,7: segno che hanno disperso quasi 21 punti, preferenze andate soprattutto verso l’astensione se non in direzione di altri partiti. Cifre che confermano, dice il Cattaneo, “l’enorme volatilità dell’elettorato grillino, disposto a modificare le proprie preferenze di voto tra diversi livelli di competizione e, soprattutto, anche a una distanza temporale piuttosto ravvicinata” (cioè 3 mesi). C’entra anche il comportamento tutto particolare dell’elettorato M5s. In 4 città prese a campione dal Cattaneo (Brescia, Vicenza, Pisa, Ancona) i flussi in uscita rispetto al 4 marzo mostrano come la metà degli elettori dei Cinquestelle alle Comunali non si siano neanche presentati alle urne.