E se al posto di migranti affamati sull’Aquarius ci fossero stati tanti gattini, spauriti e desolati? Avremmo avuto la stessa reazione oppure un moto ondoso di proteste si sarebbe levato?

La riflessione su questo strano tempo e sulla gerarchia del nostro impegno, del nostro senso civico, sulla molla che ci fa scattare e su quella che invece ci fa addormentare è della regista Francesca Archibugi. Che scommette: ci fossero stati gattini la nostra rabbia, per vederli tenuti al largo come plichi da restituire, sarebbe salita fino a divenire un urlo collettivo.

Ma ci sono uomini purtroppo su quel barcone, e per di più neri, affamati, desolati forse ammalati, certamente impauriti. E loro saranno il trofeo della nostra supremazia, la prova della nostra intransigenza finalmente!

Noi non abbiamo occhi per vedere tanti nostri amici, magari conoscenti, magari rispettabili imprenditori che di tanti clandestini fanno uso e abuso, come fossero animali randagi, per tenere alta la rendita del capitale e annullare il valore del lavoro. Con i clandestini, e con chi sennò?, si possono raccogliere le arance, i pomodori, l’insalata, le fragole pagando ciascuno tre, cinque o anche – ma proprio se si è generosi – quindici euro al giorno, e tenere competitivo il prezzo degli ortaggi. I clandestini possono sopravvivere nelle stalle, nelle tende, nei casolari sgarrupati. I clandestini non hanno bisogno del medico, delle ferie, della domenica di festa, del sindacato, di una mamma, di fare l’amore, di lavarsi, di bere, di nutrirsi bene.

I clandestini che oggi rifiutiamo sono gli stessi che fino a ieri ci sono serviti nelle concerie, nell’allevamento del bestiame, nell’industria dell’accoglienza. Però ora basta!

Se fossero gattini e non clandestini allora sì che faremmo la rivoluzione.