“Le donne sono più stupide, è giusto che guadagnino meno”. Lo aveva sostenuto davanti a tutto il Parlamento Europeo l’eurodeputato polacco Korwin Mikke, suscitando in mondo visione lo sdegno dell’universo femminile e la riprovazione del presidente Antonio Tajani che gli comminò il massimo della sanzione sospendendolo. A distanza di un anno e mezzo il deputato polacco, fondatore del partito euroscettico e ultraconservatore Congresso della Nuova Destra e che sedeva tra gli indipendenti, si rifà e con gli interessi: se il Parlamento europeo lo sanziona il Tribunale di Strasburgo lo “assolve” e “riabilita”, nonché risarcisce, nonostante l’impegno della Commissione a contrastare la discriminazione femminile (anche salariale) in tutti i Paesi comunitari. E com’era composto quel collegio di giudici? Da cinque uomini e una sola donna.

In aula furono brusii e proteste per quelle parole sulle donne (“più deboli, più piccole e meno intelligenti”) proferite in una plenaria del marzo 2017 dedicata proprio al tema della parità di genere. Al monologo sessista dell’eurodeputato polacco seguì la reazione dell’Ufficio di presidenza guidato da Tajani, che fu tempestiva ed energica: 12mila euro di sanzione, pari a 30 giorni di sospensione con perdita dell’indennità e il divieto di rappresentare il Parlamento per un periodo di un anno. Applausi per il presidente e per l’istituzione che reagisce alla protervia di un signore che teorizza e giustifica la discriminazione nella più alta rappresentanza del consesso europeo.

Ed ecco servita la doccia fredda. L’eurodeputato che non chiede scusa, non si cosparge il capo di cenere ma sfida apertamente il Parlamento con un ricorso trova un giudice a Strasburgo, anzi ne trova sei. Cinque uomini e una donna. Non è dato sapere quanto sia stato dibattuto il verdetto, ma le forze in campo erano quantomeno dispari. Il 31 maggio il collegio della Corte di Giustizia Ue che tratta il caso sentenzia che ha ragione l’eurodeputato, che per quanto “scioccanti” siano le sue dichiarazioni non rientrano tra le condotte passibili di disciplinare previste dal regolamento del Parlamento. E non ricadono neppure nella “turbativa” dei lavori d’aula, laddove il Parlamento che si è costituito contro il ricorso ha invece sostenuto che si è manifestata eccome, ma fuori della sessione, attraverso “una lesione alla reputazione e alla dignità dell’istituzione”. Che è pure peggio.

I giudici respingono anche tale argomentazione perché “in assenza di criteri chiaramente definiti (…) una siffatta interpretazione avrebbe l’effetto di limitare arbitrariamente la libertà di espressione dei parlamentari”. Il regolamento interno del Parlamento poi non menziona tra le condotte sanzionabili le dichiarazioni dei deputati, salvo in caso di “linguaggio e comportamento diffamatorio, razzista o xenofobo”. Annullate le sanzioni, i giudici dispongono che il Parlamento si faccia ora carico del “rimborso delle somme corrispondenti alle indennità sospese come risarcimento patrimoniale del danno subito” dal signor Korwin-Mikke. Quello morale non viene riconosciuto, ma perché non lo ha dimostrato a dovere in atti. In ogni caso il tribunale si è dimostrato alquanto “clemente” col deputato sessista, anche a rischio di innescare un cortocircuito doppio.

La sentenza suona come uno schiaffo in faccia all’Europa stessa e al suo crescente impegno, anche economico, sul fronte della parificazione: nel suo ultimo bilancio per tale missione ha impegnato ben 35 milioni di euro. È ignoto ai più ma a quanto pare dal 2006 esiste anche un mai troppo noto Istituto europeo per l’uguaglianza di genere con sede a Vilnius, in Lituania. La sentenza emessa rischia poi di portare il messaggio contrario ai suoi cittadini – da Reykjavík a Palermo – che potrebbero prenderla come una licenza di denigrare, discriminare o anche solo retribuire meno le donne. Gli eurodeputati, del resto, danno l’esempio. E poi non c’è sanzione né giudice che tenga.