Forse non scherzava quando nel 2016, in piena campagna elettorale, Donald Trump affermò di voler discutere con Kim Jong-un la denuclearizzazione della penisola coreana davanti ad un hamburger. Secondo un rapporto della CIA ripreso da NBC News, McDonald’s potrebbe presto sbarcare nel Regno eremita. Una prospettiva su cui concorda l’advisor del governo sudcoreano Chung-in Moon, per il quale Pyongyang sarebbe disposto ad accogliere la nota catena di fast food, una volta raggiunta una relativa stabilità nelle relazioni con Washington, con l’intento di normalizzazione i rapporti con la comunità internazionale. “Vogliono investimenti, sponsor americani e consorzi multilaterali in Corea del Nord”, ha dichiarato Moon, a stretto giro dallo storico vertice tra i leader delle due Coree, portando ad esempio proprio Mc Donald’s e la Trump Tower.

Considerato un simbolo del capitalismo occidentale e della cultura a stelle e strisce, oggi Mc Donald’s gestisce 37.241 punti vendita in 120 paesi. Mossi i primi passi nel mercato europeo, è approdato nei mercati comunisti negli anni ’90 prima in Russia (1990) e poi in Cina (1992). Secondo l’Economist, tra il 1967 e il 1987, la catena si è espansa con una media di due nazioni all’anno, ma verso la metà degli anni ’90, il ritmo è salito a 10 stati, molti dei quali “comunisti, ex-comunisti o in via di sviluppo”. Una diffusione tentacolare accompagnata da un progressivo ribilanciamento degli equilibri diplomatici a livello globale. Addirittura secondo la “Golden Arches Theory“, formulata dal saggista americano Thomas Friedman (e smentita da una minoranza di casi), la presenza della catena nel mondo costituirebbe un veicolo di pacificazione sulla base dell’assunto che due Paesi con economie globalizzate e integrate non andrebbero mai in guerra. Sarà così anche per la Corea del Nord e gli Stati Uniti?

Mentre da tempo i Big Mac fanno parte della dieta dell’eilte nordcoreana grazie a spedizioni aeree dalla Cina su base giornaliera, la penetrazione di McDonald’s a livello popolare potrebbe effettivamente facilitare una riconciliazione dei cittadini nei confronti degli americani, un popolo intorno al quale il regime ha sistematicamente costruito una retorica dell’odio. Fa ben sperare l’attenzione dimostrata recentemente da Kim Jong-un (reduce da studi in Svizzera) per una riforma economica d’ispirazione cinese, in cui la sopravvivenza del partito unico non intralcia bensì favorisce un maggiore dinamismo del mercato interno.

Nonostante le sanzioni stringenti, negli ultimi anni, l’economia nordcoreana si è stabilizzata, scacciando lo spettro di una carestia sul genere sperimentato negli anni ’90, quando a morire furono circa un milione di persone. Secondo la Bank of Korea, la banca centrale di Seul, l’economia della Corea del Nord è cresciuta in media dell’1,24% da quando il giovane Kim ha preso il potere nel 2011, espandendosi del 4% a toccare quota 28,5 miliardi di dollari nel 2016, l’anno della crescita più rapida in quasi un ventennio. Secondo Daily NK, ormai oltre 5 milioni di persone – pari al 20% della popolazione – sono coinvolte direttamente o indirettamente nei jangmadang, i mercati informali spuntati a nord del 38esimo parallelo alla fine del secolo scorso. Si capisce come al relativo aumento del potere d’acquisto corrisponda una maggiore selettività della domanda.

Già nel 2000, per volere di Kim Jong-il (padre dell’attuale leader), i gogigyeopbbang (“doppio pane con carne”) accompagnati dalle patatine fritte si sono imposti come surrogato locale degli hamburger “made in Usa”, mentre nove anni più tardi una società singaporiana ha lanciato il Samtaesung Cooling Beverage Restaurant, primo fast food aperto 24 ore su 24 presso cui era possibile acquistare un panino per 228 won nordcoreani (circa 2 dollari di allora). Finalmente potrebbe essere la volta della M più famosa d’America.

Secondo NBC, prima ancora che si concretizzi il primo incontro con Trump, il giovane Kim pensa già in grande. L’apertura della catena al Nord sarebbe infatti progettata per fornire un servizio di catering in occasione dei futuri meeting bilaterali tra i due vecchi nemici. Sempre che ci saranno.