Non tutti gli italiani che se ne vanno all’estero sono in fuga. Ad alcuni, più che un movente, è bastata una “spintarella” per salire sul primo aereo e non tornare più. Come se in fondo, non aspettassero altro che un pretesto. Tommaso Monaldini quest’anno compirà 42 anni e da otto vive a Rawai, un piccolo paese di pescatori sull’isola thailandese di Phuket. Dove continua a fare, più o meno con lo stesso entusiasmo, quello che faceva anche in riva all’Adriatico: organizzare party, eventi, ballare e far ballare. E shakerare ottimi cocktail dietro al bancone di un bar.

Tutto è iniziato il 17 settembre 2010, una di quelle date da segnare col pennarello rosso nell’album dei ricordi. “Gli amici mi aspettavano nel mio locale di Rimini per festeggiare il compleanno, ma non ci arrivai mai. Avevo già fatto le valigie, in fretta e furia senza pagare alcune multe che ritenevo ingiuste. Mi collegai solo via Skype attraverso il pc portatile del deejay per salutare, già da emigrato, tutti i ragazzi increduli”.

Da ragazzino sognavo di trasferirmi su un’isola, ma non credevo che l’avrei mai fatto

Cresciuto col mito del nonno, “una specie di Indiana Jones negli anni Sessanta”, Tommaso ha iniziato a girovagare il mondo molto presto, andando sempre più spesso in Sud America. Eppure, se non fosse stato per una serie di eventi imprevedibili, difficilmente avrebbe lasciato la sua Rimini. “Da ragazzino sognavo di trasferirmi su un’isola, ma non credevo che l’avrei mai fatto. A darmi il coraggio furono alcuni episodi negativi, altrimenti non avrei mai lasciato l’Italia”, ammette. Quello è stato un periodo difficile, “strozzato dalle tasse e dalla crisi della vita notturna in Riviera“, e deluso da una storia d’amore finita che continuava a fare male. Il rimedio? Un biglietto di sola andata per la Thailandia, là dove già negli anni Sessanta andava anche il nonno giramondo. “Ricordo una vecchia diapositiva ingiallita in cui lui era sopra un elefante. Sembra strano, ma a quel tempo viaggi così lunghi erano per pochi”.

L’inizio però non è stato una passeggiata. “La prima esperienza? Tragica. Insieme ad un amico di San Marino, comprai una barca per organizzare charter turistici verso le isole Andamane. Ma inserirsi in quel mercato fu un bagno di sangue, perdemmo tempo e denaro”. E poi a Tommaso mancava la notte, soprattutto dal punto di vista professionale. Non gli bastava più viverla da turista. Ed è stato l’incontro con May, oggi moglie e madre di sua figlia Jasmine, a fare scattare il cambiamento. Lo ha portato in viaggio zaino in spalla per la Thailandia fino alle province del nord, nelle vaste risaie ai confini col Laos, sul fiume Mekong, “dove la vita rurale, che scorre lenta, ti dà l’impressione che il tempo si sia fermato a 200 anni fa”. Un viaggio che gli ha aperto la mente.

La Thailandia mi ha aperto la mente. Ciò che diamo per scontato nella nostra cultura occidentale qui non lo è

Oggi però Tommaso è tornato ad organizzare feste a Phuket, e da sette anni gestisce un piccolo locale nel cuore di Rawai, che ha chiamato Maybar proprio in onore della moglie. E che è diventato un punto di aggregazione soprattutto per turisti europei. “Da noi puoi mangiare un ottimo pad thai, ma anche la piadina romagnola. Sorseggiando cocktail di qualità”. Va detto che le leggi della Thailandia ostacolano chi vuole fare impresa e viene da altri Paesi. “Per ogni lavoratore straniero, lo Stato impone l’assunzione di almeno quattro thailandesi. E ad una certa elasticità e libertà culturale, oltre che sessuale, si contrappone una rigidità ferrea in materia di sicurezza e contro reati legati al patrimonio”. Ma la Thailandia, continua Tommaso, “mi ha aperto la mente. Ciò che diamo per scontato nella nostra cultura occidentale qui non lo è. Da queste parti si mangiano gli insetti e ai nostri formaggi stagionati più pregiati, che per loro hanno un odore disgustoso, preferiscono l’aroma di salse a base di pesce fermentato. Ho provato a cambiare certe abitudini sul lavoro, ma è impossibile: se a un cuoco insegni la ricetta della carbonara, lui prima o poi te la cambierà aggiungendoci panna e funghi. Terribile”.

Ma alla domanda se tornare o meno, Tommaso non ha dubbi. “Non ci penso proprio. E non mi converrebbe neppure economicamente. Anche se mantenere il permesso di lavoro, vi assicuro, non è proprio low cost. Certo mi manca la mia città, gli amici storici, ma in alta stagione qua è pieno di riminesi: sembra quasi di essere a casa”. Del resto, lo ripeteva sin da ragazzino: è bello sentirsi cittadini del mondo. “Qui sto bene. Vivo in una piccola villetta immersa nella natura, a cinque minuti dall’incantevole spiaggia di Nai Harn. In 20 minuti sono nella città vecchia, dove la vita scorre lenta come cent’anni fa. E nello stesso lasso di tempo posso svoltare verso Patong Beach, nel caos più totaleui. Dove la festa non finisce mai. Cosa voglio di più dalla vita?”