Roberto Maroni l’aveva già detto all’indomani del voto e oggi lo ribadisce con vigore: tornare alle urne “era la soluzione migliore. Di Maio ha già fatto pesare che ci sono dieci ministri loro e solo sei della Lega. Temo che questo governo sia complicato da gestire e soprattutto che prevalgano temi cari ai 5 Stelle e non alla Lega. Non faccio il tifo perché fallisca e non partecipo alle chiamate alle armi. Voglio che Salvini vinca la scommessa, ma ho delle riserve”. A partire dal reddito di cittadinanza: “Che io chiamo assistenzialismo di cittadinanza. Il premio Nobel Yunus, che non è leghista, dice che il reddito di cittadinanza rende più poveri e nega la dignità alle persone”, sostiene Maroni.

Ma soprattutto l’ex governatore leghista della Lombardia, che ha declinato la sua posizione sull’esecutivo gialloverde nel corso di un’intervista a Repubblica, si è soffermato sulla posizione del suo successore all’Interno. Per Maroni, due volte ministro dell’Interno, Salvini al Viminale “non deve fare grandi annunci e fare troppo il politico. Gli ho posto il problema dell’opportunità di fare il ministro e insieme il segretario federale della Lega. Fare il ministro dell’Interno nel modo giusto – sottolinea – vuol dire stare in ufficio dalle 9 del mattino alle 21 di sera. Quel rango richiede una riservatezza che altri ruoli non richiedono. È il responsabile unico della sicurezza nazionale. Non può mettersi a fare proclami tutti i giorni, cosa che invece farà Di Maio”.

E ancora, “l’immigrazione è un tema complicato. Rimandare a casa i migranti non è così semplice”, prosegue Maroni. “Devono essere rimandati nei Paesi di origine, non di provenienza. Con la Tunisia è facile, non con la Libia. Consiglierei prudenza, prima di dire ne rimandiamo a casa 100mila. Poi c’è la lotta alla mafia e la gestione dei beni sequestrati. Dovrebbe rilanciare l’Agenzia per le gestione di questi beni che io avevo creato e che il governo successivo ha lasciato andare chiudendo le sedi territoriali”.

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