Sempre meno consultori pubblici, sempre più consultori privati. Siamo in Lombardia, dove il cambio al vertice Formigoni-Lega poco ha cambiato in quanto a libero accesso all’interruzione volontaria di gravidanza. A 40 anni dall’approvazione della legge sull’aborto non c’è solo, come nel resto d’Italia, la questione irrisolta dell’alto numero di ginecologi obiettori. Ma la difficoltà delle donne a vedere riconosciuti i propri diritti passa anche per un altro dato. La Lombardia si trova infatti in fondo alla classifica per numero di consultori pubblici, appena 0,3 ogni 20mila abitanti, un bel po’ in meno – secondo i dati diffusi dal gruppo del Pd al Pirellone – rispetto alle prime della lista: Val d’Aosta (2,2), Basilicata (1,1), Toscana (1,1), Emilia Romagna (1). Dietro la Lombardia c’è solo la Provincia autonoma di Bolzano, che non ha nemmeno un consultorio pubblico: “Dare piena applicazione alla legge 194 – dice la consigliera regionale del Pd, Paola Bocci – non significa solo garantire il diritto all’interruzione volontaria di gravidanza, ma anche e soprattutto promuoverne la prevenzione. In questo i consultori pubblici svolgono un ruolo centrale: dovrebbero essere 1 ogni 20mila abitanti, ma la Lombardia è ben lontana dal rispetto di tale parametro”.

A questo risultato si è arrivati dopo anni di tagli al numero dei consultori pubblici: erano 178 nel 2005, 152 nel 2010, 148 nel 2014 e via via fino ai 141 del 2017. Un calo che fa il paio con il boom di quelli privati accreditati: 44 nel 2005, 64 cinque anni dopo, 92 nel 2014 e 100 l’anno scorso. Strutture spesso legate a istituzioni cattoliche dove contraccezione e aborto sono un tabù, come ha verificato qualche settimana fa a Milano una cronista di Fq Millennium che, fingendo di avere bisogno di informazioni per interrompere una gravidanza, non è potuta andare al di là dal sentirsi elencare i vantaggi economici in caso di rinuncia: “Bonus famiglia, pacco alimenti, pannolini e vestiti gratis fino al primo anno di vita”.

“La carenza di strutture che promuovono la prevenzione – ritiene Bocci – ha conseguenze soprattutto tra i soggetti più disagiati. Lo dimostra il dato relativo alle donne extracomunitarie che rappresentano il 34% di quelle che ricorrono all’interruzione di gravidanza. Bisogna tornare a investire in queste strutture”. La diminuzione dei consultori pubblici si aggiunge ai dati che ormai da anni descrivono una situazione “sconfortante”, soprattutto quando si parla di ginecologi obiettori: secondo l’indagine condotta in ogni presidio dal Pd, nel 2017 sono stati il 66,1% del totale, percentuale di poco inferiore al 68,2% del 2016 e alla media nazionale del 70,9% (dato 2016). Ben cinque gli ospedali lombardi dove tutti i ginecologi fanno obiezione di coscienza: Gallarate, Iseo, Oglio Po, Sondalo e Chiavenna.

In altri 11 strutture i ginecologi obiettori sono tra l’80% e il 99%, mentre solo in otto sono sotto il 50%. Numeri che fanno della Lombardia una delle regioni dove i medici non obiettori hanno tra i più alti carichi di lavoro: “Ognuno di loro – dice Bocci – deve fare tre interventi alla settimana, talvolta spostandosi fra diversi presidi, a fronte di 1,3 in Piemonte e 1,2 in Veneto. Questo anche per il fatto  che solo il 63,9% delle strutture che hanno il reparto di ostetricia e ginecologia effettuano interruzioni di gravidanza”. L’alternativa è il ricorso al personale esterno, i cosiddetti ‘medici gettonisti’, per i quali nel  2017 la Regione ha speso oltre 147mila euro. Per questo il Pd al Pirellone torna a chiedere “l’assunzione di ginecologi non obiettori tramite concorso ad hoc, così come fatto in Lazio dalla giunta Zingaretti”. Secondo Boggi, poi, colpiscono anche i numeri sull’utilizzo della pillola Ru486, meno invasiva dell’intervento chirurgico, utilizzata l’anno scorso solo nell’8,2% dei casi, a fronte di una media italiana del 18,2%. Unico dato positivo, la riduzione del numero di interruzioni di gravidanza: 13.499 quelle registrate in Lombardia nel 2017, 331 in meno rispetto all’anno precedente.

Twitter: @gigi_gno