Era scomparso il 20 aprile, poco prima dell’arresto. Dopo trentasette giorni di latitanza, carabinieri e polizia lo hanno rintracciato in una villetta di un residence rivierasco, a pochi chilometri da casa, ed arrestato con l’accusa di essere il mandante dell’omicidio di Anna Rosa Tarantino, uccisa per errore a Bitonto, nel Barese, lo scorso 30 dicembre. Domenico Conte, ritenuto il capo dell’omonimo clan del paese alle porte del capoluogo pugliese, è stato localizzato a Giovinazzo con la convivente incinta e la figlia di 6 anni. Dovrà rispondere anche del tentato omicidio di Giuseppe Casadibari, che quel giorno era il vero obiettivo dei killer ma rimase solo ferito dai proiettili esplosi di prima mattina nel centro di Bitonto. Il giorno in cui fu uccisa la donna – secondo l’accusa che poggia le proprie convinzioni sulle dichiarazioni di Vito Tarullo, 34 anni, braccio destro del presunto boss – Conte ordinò ai suoi uomini di “sparare a chiunque fosse capitato a tiro”. I sicari cercarono di colpire il ragazzo, ma uccisero l’anziana.

Esponente del clan rivale Cipriano, il 20enne, ricoverato e sottoposto a intervento chirurgico per le ferite a clavicola e torace che gli avevano perforato un polmone, venne convinto durante la degenza a parlare con gli investigatori e il pm Ettore Cardinali che stanno provando a fare luce sull’azione criminale. L’agguato sarebbe stata la risposta ad una spedizione di un gruppo di fuoco compiuta poco prima davanti alla casa di Conte nell’ambito di una guerra in corso fra gruppi criminali rivali per il controllo delle piazze di spaccio di droga nella cittadina del Barese.

La vendetta si consumò attorno alle 7.30 del mattino, a Porta Robustina, all’ingresso del centro storico. I killer – secondo l’accusa Rocco Papaleo e Michele Sabba, arrestati a marzo e diventati collaboratori di giustizia – entrarono in azione con una mitraglietta per cercare di freddare Casadibari, ma a rimanere sull’asfalto fu invece il cadavere di Anna Rosa Tarantino, 84 anni, che incrociò sfortunatamente la strada dei sicari durante l’azione contro il giovane, che dopo la degenza e la decisione di pentirsi è stato trasferito in una località protetta.

Conte, prima della latitanza, aveva rilasciato un’intervista a un sito locale, dabitonto.com, nel quale si dichiarava estraneo a qualsiasi addebito legato all’agguato del 30 dicembre: “È da anni che qualsiasi cosa accada dicono sempre che la colpa è mia, divento capro espiatorio, divento io la persona da crocifiggere e incolpare”, aveva detto rigettando le accuse di essere al vertice del clan. “Non c’è la mafia a Bitonto, sono tutte chiacchiere – aveva aggiunto – C’è la microcriminalità, furti, rapine, ma come ci sono in tutti i paesi,. Come ci stanno pure quelli un po’ scemi che fanno succedere ciò che non deve accadere. Ma la mafia è un’altra cosa“.

Negli ambienti malavitosi è conosciuto come “Mimm u negr” e ha una fedina penale pesante. Ha cominciato la sua attività illecita a 20 anni e poco dopo è diventato il giovane di fiducia di Michele D’Elia, noto come “Michele sei dita”, ritenuto affiliato alla Sacra Corona Unita. Nel 2003, in due tentarono di ucciderlo e i presunti sicari furono, di lì a poco, vittime della lupara bianca. Nel 2007 Conte tornò ad essere bersaglio di colpi d’arma da fuoco che colpirono e uccisero il suo braccio destro, Vito Napoli, con il quale si trovava. Nel 2010 viene ferito nei pressi di porta Robustina, ma sopravvisse anche al terzo agguato.