A un mese esatto dalla condanna al processo sulla Trattativa, Marcello Dell’Utri torna a sperare. I giudici del tribunale di sorveglianza di Roma dovranno nuovamente valutare il suo caso tenere conto “dell’aggravamento delle condizioni sanitarie” e degli effetti sulla sua salute del trasferimento quotidiano in ospedale. Lo scrive la Cassazione nelle motivazioni della sentenza con cui un mese fa ha annullato l’ordinanza del tribunale di sorveglianza del 5 dicembre 2017 che giudicava compatibili con il carcere le condizioni di salute dell’ex senatore, affetto da cardiopatia, diabete e tumore alla prostata.

“Anche per escluderne la decisiva rilevanza – osserva la Corte – difetta ogni specifica valutazione con riferimento alla più grave diagnosi di natura prostatica ed all’impossibilità di eseguire presso centri clinici penitenziari la radioterapia necessaria”. Di conseguenza, “omette di confrontarsi anche con le ripercussioni dell’aggravamento delle condizioni sanitarie e con l’incidenza dei quotidiani trasferimenti in ospedale rispetto ad un’esecuzione penale da mantenere nei limiti dell’umanità e della rieducazione“.

I legali di Dell’Utri chiedevano il rinvio dell’esecuzione delle pena per grave infermità fisica o, in subordine la detenzione domiciliare. E la Cassazione ha disposto un nuovo esame da parte dello stesso giudice di sorveglianza che aveva respinto l’istanza e ora dovrà decidere alla luce dei rilievi. “Il giudice deve valutare se le condizioni di salute del condannato, possano essere adeguatamente assicurate all’interno dell’istituto penitenziario o, comunque, in centri clinici penitenziari e se esse siano o memo compatibili con le finalità rieducative delle pena, con un trattamento rispettoso del senso di umanità, tenuto conto anche della durata del trattamento e dell’età del detenuto”, bilanciando tutto questo “con la pericolosità sociale del condannato”, sottolinea la Suprema Corte.

La stessa Corte si era già pronunciata sulla richiesta di liberazione anticipata degli avvocati di Dell’Utri nell’ottobre 2017, con una decisione contraria all’ex senatore, che dal 2014  sconta la condanna a 7 anni per concorso esterno in associazione mafiosa. A questa decisione si era rifatto il giudice di sorveglianza nel rigettare l’ennesima istanza, presentata meno di due mesi dopo la bocciatura. Ma, spiega la Cassazione, “ciò non può ritenersi corretto”, poiché la valutazione deve essere necessariamente rinnovata e attualizzata “in parallelo all’evoluzione della situazione sanitaria” e di tale aspetto occorre dare conto nella motivazione.

L’11 dicembre scorso i giudici del tribunale di Sorveglianza avevano spiegato che dal loro punto di vista  le condizioni di salute dell’ex parlamentare erano “buone” e nonostante le sue varie patologie la detenzione in carcere poteva ancora assumere carattere “rieducativo“ per il fondatore di Forza Italia. Di più: la pena carceraria dell’ex senatore non si presta “a giudizi di contrarietà al senso di umanità da più parti paventato, in quanto il quadro patologico non appare costituire una sofferenza aggiuntiva, derivante proprio dalla privazione dello stato di libertà“.

Il 2 febbraio era arrivato un nuovo pollice verso all’istanza di scarcerazione dello storico braccio destro di Silvio Berlusconi. “La posizione giuridica di Dell’Utri non è in alcun modo rassicurante: la sentenza in esecuzione ha accertato i suoi rapporti con i vertici di Cosa nostra dai primi anni ’70 al 1992. Allarmante appare la pregressa latitanza in Libano, avvenuta nel 2014, vale a dire poco meno di quattro anni fa, nonostante l’età, la patologia cardiaca e le altre affezioni già all’epoca presenti”, scriveva il tribunale, citando anche la richiesta di condanna a 12 anni di reclusione avanzata nel frattempo dalla procura di Palermo nel processo sulla cosiddetta Trattativa.

 “Considerate le pendenze per reati molto gravi che potrebbero determinare nuove consistenti pene detentive – si leggeva ancora nelle motivazioni – e tenuto conto del recente tentativo di sottrarsi all’esecuzione penale, non si ritiene di poter escludere il pericolo di fuga, non trovandosi in condizioni fisiche impeditive della deambulazione e del movimento, e non essendo le malattie in fase avanzata e debilitante”. Per il tribunale di Roma quindi era possibile che altre future pene possano essere inflitte all’ex senatore, attualmente detenuto nel carcere di RebibbiaIl 20 aprile ecco che la corte d’Assise ha condannato l’ex senatore a 12 anni in primo grado per violenza o minaccia  a un corpo politico dello Stato. Adesso, però, con le parole della Cassazione per Dell’Utri si materializza un’altra possibilità per lasciare la sua cella prima del tempo.