Entrare negli allevamenti intensivi per documentare le condizioni degli animali e renderle note al grande pubblico, così come per denunciare maltrattamenti e illeciti, fa parte del lavoro della nostra associazione. Ci impegniamo a rendere pubbliche pratiche e situazioni spesso sconosciute ai non addetti. Non per forza il maltrattamento violento e gratuito, ma anche quanto le norme e condizioni attuali di detenzione degli animali siano di fatto crudeli e contrarie alla loro etologia.

Secondo Eurobarometro l’80% degli italiani vorrebbe saperne di più sui metodi di allevamento e condizioni degli animali. Il nostro lavoro risponde quindi a una crescente richiesta di informazione e negli anni le nostre inchieste, come quelle recenti sugli incubatoi di pulcini o realizzate in alcuni allevamenti collegati al Prosciutto di Parma, hanno contribuito a generare ampio dibattito.

Molti però ci accusano di essere faziosi e di mostrare solo ciò che fa comodo al nostro messaggio. Per questo, quando possibile, cerchiamo di portare nelle nostre missioni giornalisti e fotografi professionisti, in modo che raccontino direttamente loro quello che si trova oltre quelle mura.

E per lo stesso motivo abbiamo portato con noi il giornalista Ersilio Mattioni, che ha descritto quella notte particolare in uno speciale di circa dieci pagine sul nuovo numero di MillenniuM dedicato al cibo. Oggi per fortuna c’è una maggiore attenzione al dietro le quinte del cibo, all’impatto sulla salute, così come alle conseguenze su clima e società. E proprio per questo non si può non affrontare la tematica degli allevamenti intensivi.

Il trattamento riservato agli animali in allevamenti e macelli è uno dei grandi temi che la società sta affrontando e dovrà risolvere nel futuro. Non si tratta solo di una questione di sensibilità, ma di un sistema in cui gli animali non hanno praticamente diritti e in cui la produttività spinta al massimo riduce invece al minimo gli spazi e azzera il benessere. Ciononostante, rimane un sistema non competitivo dal punto di vista produttivo: nel passaggio da cereali o legumi, usati come mangime, a carne, latte e uova, si sprecano risorse proteiche che potrebbero sfamare miliardi di persone.

In questo speciale, a descrivere quanto trovato quella notte negli allevamenti, ci sono anche le fotografie di Francesco Pistilli, fotoreporter che ha recentemente ritirato premio per il terzo posto al World Press Photo Award.

Varcando la porta di un grande allevamento di maiali si entra in un enorme capannone dai muri sporchi e l’aria pesante. Non c’è solo un forte odore di animali, feci e ammoniaca, si sente un’aria densa, che sembra appiccicarsi addosso. Ma questo nessuna foto e nessun video, per quanto di qualità, possono descriverlo. Così come non possono descrivere i rumori, lo sbattere di catene e gabbie, le grida di animali, le urla che si scatenano all’arrivo del cibo. Viverlo in prima persona è tutt’altra cosa. E anche Mattioni ce lo conferma.

Dopo quella visita ci siamo spostati in un allevamento di galline ovaiole poco distante. Anche qui, entrando con le dovute accortezze e senza forzare alcuna porta, ha potuto vedere con noi per la prima volta il mondo in cui vivono ancora oggi più di 22 milioni di galline in Italia: capannoni dove ci sono solo gabbie su gabbie, disposte in file lunghe decine di metri, disposte una sopra l’altra su cinque piani. Una visione imponente, tonnellate di ferro modellato per imprigionare il più alto numero di animali nel minor spazio possibile.

E dentro quelle gabbie le galline si muovono a malapena, non hanno nemmeno lo spazio per aprire le ali. Un po’ come se noi vivessimo dentro un’auto senza poter mai sgranchire o allungare completamente le gambe. L’unico stimolo è il cibo, che arriva in modo automatico con un nastro, mentre un altro si occupa di portare via le uova. Tutto qui. Giorno dopo giorno.

Un capannone come quello in cui siamo entrati può ospitare anche 20 o 30mila galline e tutto è automatizzato. Il personale è ridotto al minimo, i controlli sulla salute e lo stato di ogni singolo animale impossibili. Da qui vengono le uova in gabbia, che oggi sono ancora il 60% di quelle sul mercato.

Il consumatore che trova uova e prosciutto al supermercato non conosce questi luoghi, non li ha mai visti in prima persona e con ogni probabilità non li vedrà mai. Per questo è importante che conosca e sappia, che possa vedere e reperire informazioni, per poter fare una scelta.

E a chi ci accusa di fare una comunicazione di parte, ecco che lo speciale su MillenniuM offre la possibilità di informarsi attraverso la penna di un giornalista e le immagini di un foto-reporter.

L’inchiesta di Ersilio Mattioni e Francesco Pistilli è su Fq MillenniuM, in edicola per tutto il mese di maggio e disponibile sullo shop online

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