– Non noti nulla?
– No, cosa?
– Guarda bene, se ti metti al centro del giardino, sotto la magnolia, si nota benissimo che le finestre del primo e secondo piano dell’edificio sono troppo separate tra loro. C’è un piano in mezzo senza finestre, murato. Lo vedi?
– Ora sì.
– L’hanno fatto apposta per confonderle, per non farle scappare.
– Chi?
– Le donne che reclutavano qui nel Seicento per farle convertire. Loro, espressione del sessismo dell’emarginazione sociale, del clima persecutorio, delle violenze dentro e fuori la famiglia.

Questo edificio ha una storia tutta femminile. Ma il suo presente è femminista, per fortuna. Il complesso del Buon Pastore, con la delibera n. 6325 del Comune di Roma, viene destinato nel 1983 “a finalità sociali, con particolare riguardo alla cittadinanza femminile” e assegnato, in parte, al Centro femminista separatista, costituito da dieci associazioni e gruppi del Movimento femminista.

Al Buon Pastore si inaugura un Consultorio, un asilo nido, il primo Centro contro la violenza e, nel 2000, le femministe propongono l’idea di una Casa Internazionale delle Donne. Dopo aver vinto il bando, i gruppi femministi ristrutturano lo stabile e la Casa nasce attraverso servizi concreti (sportello di ginecologia, psicologia e antiviolenza), ma anche attraverso un lavoro costante di costruzione di coscienza sociale.

In sostanza, vent’anni fa nasce uno spazio femminista che quotidianamente crea uno strato sociale di cultura e di politica ben definita: un lavoro che ha, probabilmente, posto le basi anche per l’elezione di un sindaco donna per la Capitale. Lo stesso sindaco che da mesi ha dichiarato guerra alle donne con la mozione della consigliera Guerrini (M5S) in cui si decide di liquidare il progetto della Casa internazionale delle donne per un calcolo meramente economico, senza considerare i servizi sociali e culturali che la Casa dà ai cittadini come associazione no-profit.

“In un paese civilizzato con una certa consapevolezza dell’importanza della donna non si deve nemmeno discutere se tenere aperto o meno. È una mossa strategica, il fatto che questo posto abbia solo un valore economico, non storico né sociale. Per non parlare delle donne che ci lavorano, tutti i giorni, valorizzate per quello che valgono. Questa è la nostra Casa, ci sembra impensabile”, è l’opinione di alcune lavoratrici che oggi hanno protestato in Campidoglio contro il voto definitivo di approvazione della mozione.

– Insomma, come è andata in Campidoglio?
Hanno approvato la mozione. Guardano solo all’aspetto economico.
– E non notano nulla?
– No, nulla.

Foto di Aleksandra Milosevic