di Renzo Polesello 

Chi frequenta le lezioni universitarie al mattino, spesso ha la fortuna di avere i pomeriggi liberi dallo studio per qualche ora. Se siete appassionati come me del gusto dell’orrido, o semplicemente della tv pattume, vi sarà sicuramente capitato di prendere visione di certi programmi pre-crepuscolari che hanno l’infallibile potere di causare alle persone poco abituate a certi standard una violentissima dispepsia. Non voglio discutere la ragion d’essere di tali format (che pare riscuotano un notevole successo), ma semplicemente condividere delle riflessioni.

Non so voi, ma vedere il punto di minimo umano scendere sempre più in basso ha un so che di curativo: come se fossimo in grado momentaneamente di liberarci di noi stessi, di quella di disperazione dell’io che Kierkegaard chiamava “la malattia mortale” (perdonatemi se ho scomodato un tal nome per queste inezie).

Riassumendo brevemente, una parte del programma è dedicata al corteggiamento di una delle opinioniste, tale Tina Cipollari, ma quella che nasce è palesemente una baracconata pro auditel che oscilla armonicamente tra vette di surreale varietà antropologica.

Ad ogni modo, guardando alcune puntate della settimana scorsa, mi è venuto in mente il quadro La nave dei folli di H. Bosch e certe frasi di Foucault sulla follia. La Stultifera Navis naviga senza meta in acque profonde dai confini irraggiungibili lontana dalla terra della Ragione e il suo equipaggio non diminuisce mai. Foucault dice infatti: “La libertà di una navigazione senza rotta è, in realtà, una schiavitù impossibile da riscattare. […] La Stultifera Navis non è un ospedale, non è un dispositivo ordinato, non è ancora il risultato di una pratica programmatica di segregazione. È piuttosto il tentativo di una cancellazione della follia da ogni diritto di cittadinanza”.

Dove voglio arrivare? Osservando quegli individui in televisione mi rendo conto che hanno sviluppato delle incredibili capacità anfibie e questo è straordinario. Sì, perché oltre ad essere approdati a terra dopo lunghissimi viaggi in mare aperto, definirli dei casi umani che inconsapevolmente assurgono al ruolo di bertucce ammaestrate per il pubblico ludibrio risulterebbe persino superficiale e fuori contesto.

Sempre Foucault: “La follia e il folle diventano personaggi importanti nella loro ambiguità: minaccia e derisione, vertiginosa irragionevolezza del mondo e meschino ridicolo degli uomini”. Prendersi gioco dei folli ha un doppio vantaggio, loro riescono a mimetizzarsi e a vivere insieme alle persone razionali di città e queste, deridendoli, li accettano senza averne paura. Ecco perché Uomini e donne è il trionfo della Ragione che accetta il suo contrario, scevra da freudismi psicopatologici ed equilibrata in quanto composizione di opposti.

Ma non è meraviglioso? “Se l’uomo può sempre essere folle, il pensiero, come esercizio della sovranità da parte di un soggetto che si accinge a percepire il vero, non può essere insensato”. Capito? Robe che se alla sera ti venisse la malaugurata idea di guardare Bergman o Kim Ki-duk potresti solo esclamare: “Ma che è? Meglio la sbobba illuminante del pomeriggio”, e andrebbe anche bene. Ok d’accordo, questo no.

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