Con la marcia della riunificazione con migliaia di israeliani per le strade della Città Santa in un tripudio di bandiere bianche e azzurre, terminata al Muro del Pianto, è iniziata ieri sera la settimana a più alta tensione in Israele degli ultimi anni. Con l’apertura dell’ambasciata Usa, le proteste dei palestinesi per la Nakba e l’inizio del Ramadan. Il sangue sta già cominciando a scorrere. Fin dalla mattina lungo il confine della Striscia le manifestazioni ci sono state in diverse zone. Stimati in trentamila, i palestinesi incendiano copertoni dal loro lato, i cecchini dell’Id sparano dall’altro. Oltre 40 i morti solo nella mattinata e oltre 500 i feriti, molti da proiettili veri. Per gli israeliani – nonostante le tensioni – è un momento di grande euforia e soddisfazione, con l’anniversario nel calendario ebraico della conquista di Gerusalemme Est nel 1967 che coincide con il trasferimento dell’ambasciata americana da Tel Aviv alla Città Santa. Una decisione, quella del presidente Donald Trump che vìola due risoluzioni dell’Onu, che ha messo gli Usa di fronte a una decisione isolata e criticata dalla comunità internazionale, ma che gli ha garantito “l’eterna amicizia di Israele”, come annunciano le centinaia di cartelloni appesi in città. Nelle strade il dispositivo di sicurezza è certamente imponente, percorsi chiusi, bus soppressi, strade bloccate con inevitabili conseguenze sul traffico. Qualche scaramuccia fra palestinesi, manifestanti israeliani e polizia sono già scoppiati ieri pomeriggio a margine della marcia.

Per gli arabi sono invece giorni tristi, di rabbia, legati al ricordo della Nakba, la Catastrofe, il giorno che nacque lo Stato di Israele e 750mila palestinesi fuggirono dalle loro terre, diventando profughi, erano i progenitori di coloro che protestano ora. Manifestazioni che culmineranno martedì nella Città Santa, in Cisgiordania e anche a Gaza – dove nelle proteste dell’ultimo mese e mezzo sono morti 64 manifestanti palestinesi e centinaia sono stati feriti lungo la Barriera di sicurezza. “Non c’è dubbio che in termini di sicurezza questa è una delle settimane più intense”, ha spiegato ieri Mike Rosenfeld, il portavoce della polizia. A cominciare dallo stato d’assedio imposto al quartiere di Arnona dove c’è il mega-party organizzato per celebrare l’apertura dell’ambasciata, che cade nel 70° anniversario della nascita di Israele (secondo il calendario gregoriano). Una decisione che fu annunciata da Trump nei primi giorni della sua presidenza, che ha poi confermato nella visita lo scorso anno in Israele. La sintonia con il premier israeliano Benjamin Netanyahu appare d’altronde perfetta, dall’Iran, alla Siria, alla questione del negoziato di pace. Netanyahu ribadisce al ricevimento al Ministero degli Esteri che “quella americana è la scelta giusta” e ha invitato altri Paesi a seguirne l’esempio. Per ora ha spuntato che i diplomatici di 4 Paesi europei – per la Ue e l’Onu Gerusalemme Est è un “territorio occupato” – siano presenti fra gli 800 invitati al party. I diplomatici di Austria, Repubblica Ceca, Romania, e Ungheria hanno rotto lo schema creando certamente una frattura diplomatica con Bruxelles ma potranno così ascoltare dal megaschermo – approntato nell’ex consolato diventato ambasciata – l’annunciato intervento video del presidente Trump. Non potendo essere presente ha inviato la figlia Ivanka, il genero Jared Kushner, un vice-segretario di Stato e il segretario al Tesoro. L’ambasciatore David Friedman con un pugno di collaboratori si trasferirà subito a Gerusalemme, ma per una vera operatività della sede diplomatica ci vorranno dieci anni. Nella sede di Tel Aviv ci sono oltre 800 dipendenti e l’ex consolato non è sufficientemente grande.

La festa potrebbe però essere guastata dalle proteste in tutti i Territori occupati. Ma è su Gaza – dove ci sono morti e feriti tutti i giorni – che si concentra l’attenzione e la tensione. Ci sono due divisioni dell’Idf schierate dall’altra parte del confine della Striscia. Hamas ha moltiplicato la sua mobilitazione nella Striscia per le manifestazioni, sia in occasione dell’apertura della ambasciata Usa che domani per la Nakba, dove spera di ammassare 100mila manifestanti con l’obiettivo è raggiungere – e magari abbattere – la Barriera di sicurezza che circonda la Striscia. La tv di Hamas e le sue stazioni radio hanno lanciato incessanti appelli alla mobilitazione alla popolazione per sfidare Israele. Nel movimento integralista, che controlla la Striscia da dieci anni, cresce un senso di rabbia e frustrazione. La sua offerta di una “hudna”, di una tregua di lunga durata con Israele in cambio di un allentamento del blocco economico della Striscia, è totalmente caduta nel vuoto. Non è una buona notizia per gli abitanti di Gaza e nemmeno per il movimento islamista, armato di missili ma politicamente disarmato, senza una vera proposta che dia un futuro ai 2 milioni di palestinesi intrappolati nella Striscia.