La parola sexsomnia indica una condizione medica di recente definita come un disturbo del comportamento sessuale durante il sonno. Nello specifico rappresenta una particolare situazione di sonnambulismo in cui si mette in atto un’attività sessuale in modo inconscio; di solito si manifesta nella fase non-rem del sonno, in cui il corpo e le sue funzioni sono in una lenta fase di addormentamento e rilassatezza. Il soggetto è inconsapevole di questa attività sessuale notturna che può manifestarsi attraverso la masturbazione o con rapporti coitali o extracoitali con la partner e in alcuni casi estremi può succedere che il soggetto affetto da sexsomnia diventi violento e pericoloso sempre durante il sonno.

Nel 2003 Colin Shapiro – direttore dell’Istituto di neuropsichiatria e della clinica Sleep and alertness al Toronto Western Hospital – ha coniato il termine sexsomnia, dando inizio a una vasta ricerca i cui risultati vennero pubblicati nella rivista New scientist e in seguito presentati a San Antonio, in Texas, allo Sleep 2010, un incontro annuale di medici e scienziati nel campo della medicina e della ricerca sul sonno.

Nel 2007 Carlos Schenck, Mark Mahowald e Isabelle Arnulf hanno pubblicato i risultati di una delle ricerche più esaustive dal titolo Sonno e sesso: cosa può andare storto?. Questa ricerca che nasce dalla collaborazione tra il Minnesota regional sleep disorders center, l’Università del Minnesota e l’Università di Stanford, precisa come la sexsomnia possa essere un’esperienza diversa da persona a persona, rilevando anche una distinzione tra il modo di manifestarsi nelle donne (nelle quali si osserva per lo più l’auto-stimolazione) e negli uomini (che, invece, tendono a coinvolgere la partner).

Altro importante e recente studio si è tenuto all’ospedale Molinette di Torino nel Centro di medicina del sonno, in cui è avvenuta la prima registrazione di un evento parasonnico di tipo erotico-spontaneo in un soggetto di sesso femminile di 61 anni; questa alterazione del sonno è stata registrata, documentata e successivamente pubblicata nella rivista Sleep machine.

Tutti questi studi hanno aiutato a sviluppare le conoscenze del fenomeno sexsomnia e hanno contribuito a mettere a punto il trattamento clinico più idoneo. A livello neuronale, questo complesso comportamento erotico nel sonno viene spiegato facendo riferimento a una rete cerebrale composta da diversi gruppi di neuroni che possono essere o non essere attivi. Molti sono, infatti, i neuroni sottocorticali e corticali inattivi durante il sonno; ad esempio, la formazione reticolare e le strutture ippocampali reagiscono in modo uniforme durante il sonno a qualsiasi stimolo esterno per preservare l’integrità del corpo. Tali strutture corticali sono normalmente molto più attive durante il sonno rem come parte della mentalità onirica. Alcune delle strutture corticali rimangono, invece, non funzionanti – come i responsabili della memorizzazione e dell’apprendimento o quelle che ci aiutano a distinguere gli eventi da realtà oggettiva ed esperienze intrinseche – rimanendo inattive e rendendo alcune delle funzioni di ordine superiore, inclusa la coscienza, compromesse.

Rimane, dunque, la possibilità di attuare un comportamento complesso senza il controllo e la consapevolezza delle proprie azioni. In sostanza, un episodio di sexsomnia è il risultato di impulsi elettrici sbagliati che percorrono il cervello. Durante il sonno, la corteccia prefrontale (ovvero la parte del cervello preposta alla gestione dei processi decisionali e del giudizio) non è attiva, al contrario, un’altra zona del cervello genera pattern connessi ai comportamenti primordiali necessari per la sopravvivenza: attaccare, fuggire, mangiare e, naturalmente, mettere in atto un comportamento sessuale.

La rilevanza clinica del disturbo nasce anche dalle numerose denunce per atti sessuali violenti e quindi anche per il considerevole aumento delle implicazioni legali. Poiché gli atti sessuali in caso di sexsomnia non sono intenzionali né consapevoli, è necessaria una collaborazione tra l’ambito medico e quello forense.

Nel maggio 2014 la sexsomnia è stata ufficialmente inserita nella Classificazione internazionale dei disturbi del sonno. Per testare se una data situazione sia dovuta a un caso di sexsomnia i clinici dispongono di una serie di strumenti diagnostici quali i registri del sonno, le valutazioni cliniche, i questionari del sonno, le interviste psichiatriche strutturate per quanto riguarda la valutazione clinica anamnestica. Inoltre la polisonnografia, l’actigrafia, l’elettroencefalogramma per il sonno e la veglia sono strumenti usati per i referti medico-clinici.

I casi riscontrati non sono molti, a causa dell’imbarazzo ma anche alla poca conoscenza del disturbo e della paura di essere giudicati. Molto spesso è il/la partner a denunciare il comportamento anomalo. Al momento le cause specifiche all’origine della sexsomia sono ancora sconosciute, ma non sono da escludere delle componenti genetiche sulle quali la ricerca sta indagando. Tra i pazienti affetti da sexsomnia sono state rilevate persone che già soffrono di un disturbo del sonno, che fanno frequente uso di farmaci, alcool o droghe che presentano segni di affaticamento e stress.

Il trattamento è una combinazione tra cambiamenti dello stile di vita, psicoterapia e psicofarmaci spesso adottati anche per far fronte a sentimenti come sensi di colpa, frustrazione, vergogna e depressione. La psicoterapia dovrebbe coinvolgere anche il/la partner per far fronte alle implicazioni relazionali nate dal disturbo. Parlare della sexsomnia aiuta a riconoscere il fenomeno nel quotidiano per favorire la ricerca nella scoperta delle cause del disturbo e per mettere a punto un percorso integrato di trattamento che aiuti il paziente e il partner a riappropriarsi del piacere sessuale e della soddisfazione di coppia.

Ringrazio per la collaborazione le dr.ssa Vita Picilli

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