Quindici persone hanno perso la vita nell’attacco lanciato nella notte da Israele in Siria. Lo riferisce l’Osservatorio siriano per i diritti umani, secondo cui i missili dello Stato ebraico diretti nella campagna di Kisweh, a sud di Damasco, non hanno colpito solo depositi e piattaforme missilistiche. L’ipotesi è che otto di loro siano guardie iraniane rivoluzionarie o miliziani fedeli a Teheran. L’intervento militare – parzialmente confermato dal ministro dei Trasporti e dell’Intelligence di Tel Aviv Yisrael Katz, che in un’intervista ha ribadito la necessità di condurre dei raid per prevenire l’eccessiva presenza dell’Iran sul territorio siriano –  è avvenuto in seguito all’annuncio del presidente statunitense Donald Trump di uscire dall’accordo sul nucleare. Poche ore dopo, alcuni deputati del Parlamento iraniano hanno dato alle fiamme una bandiera statunitense di carta, urlando “morte all’America“. Un canto usato più volte sin dalla rivoluzione islamica del Paese nel 1979.

Duro anche l’ayatollah Ali Khamenei, la Guida suprema iraniana, che si è espresso così contro la decisione di Trump, osteggiata da Unione europea, Russia e Cina: “Non puoi fare un accidente!“. Gli fa eco il presidente del Parlamento di Teheran Ali Larijani, che ha definito quello della Casa bianca un atto di “bullismo“. “Nella situazione attuale, l’Iran non è obbligato a rispettare i suoi impegni”, ha aggiunto Larijani in un discorso in aula trasmesso in diretta televisiva. “È evidente che Trump comprende solo il linguaggio della forza”. Il presidente ha poi fatto appello ai partner internazionali per “salvare l’accordo“. Uno scontro a distanza, quello fra Usa e Iran, che influisce anche sul prezzo del petrolio. Le quotazioni del greggio Wti e del Brent hanno segnato un rialzo del 3 per cento salendo rispettivamente fino a 71,17 dollari al barile e a 77,2 dollari. I livelli più alti mai toccati dal novembre del 2014.

Lunedì è attesa la prima mossa dell’Ue: i ministri degli Esteri di Francia, Germania e Regno Unito si incontreranno con i rappresentati di Teheran per trovare una soluzione e “ragionare insieme sulla situazione”, ha dichiarato il capo del dicastero francese Jean-Yves Le Drian. “Questo accordo non è morto. Si tratta di una rottura rispetto a un impegno internazionale e la Francia lamenta profondamente questa decisione”, ha aggiunto Le Drian a Rtl. “L’Iran rispetta i suoi impegni, come attesta l’Aiea, e proprio perché si tratta di un accordo che permette la sicurezza nella regione noi vogliamo restare a farne parte ed auspichiamo che l’Iran rimanga”. La Francia, dunque, mette in dubbio le prove “definitive” che dimostrerebbero la violazione degli accordi sull’arricchimento dell’uranio da parte di Teheran. Prove di cui – ad oggi – sarebbero in possesso gli Stati Uniti e Israele.

Anche la Russia continua ad aderire all’accordo sul nucleare dell’Iran da cui gli Stati Uniti escono, ha affermato il ministro degli esteri russo Sergei Lavrov, citato dall’agenzia di stampa Interfax. La Cina a sua volta ha espresso “rammarico” per la decisione degli Usa di uscire dall’accordo che è “globale”, negoziato su basi multilaterali e approvato con la delibera 2231 del Consiglio di Sicurezza dell’Onu. “Tutte le parti dovrebbero seriamente attuare e mantenere l’integrità e la serietà di questo accordo”, ha commentato in conferenza stampa il portavoce del ministero degli Esteri, Geng Shuang. Sul caso è intervenuto anche il presidente del Parlamento europeo Antonio Tajani, che in un’intervista a Radio anch’io ha affermato che “Trump ha commesso un errore. Questa scelta non aiuta il processo di pace in Medio oriente e punta all’isolamento degli Usa”.