Quando tutto stava per precipitare, mentre il presidente della Repubblica affinava le frasi per spiegare con linguaggio felpato ai partiti e agli italiani quali sono i rischi di un voto tra luglio e ottobre, c’è stato un colloquio tra due insospettabili per tentare una soluzione in extremis, almeno nelle intenzioni di uno dei due. Matteo Renzi ha telefonato a Matteo Salvini, perché non poteva credere che davvero Lega e Movimento Cinque Stelle non avessero trovato l’accordo per formare un governo.

Era quello il vaticinio dell’ex segretario Pd. Lo ha ripetuto per settimane: “Le forze che hanno vinto devono governare, tocca a loro”. E ci credeva, evidentemente, che sarebbe finita davvero così se lunedì – racconta il Corriere della Sera – a un certo punto ha ripescato il numero del leader leghista, già contattato nei giorni passati per sondare la possibilità di un esecutivo tecnico, e gli ha chiesto: “Scusa Matteo, davvero non riuscite a convincere Berlusconi a fare un passo indietro?”.  “No Matteo”, ha risposto dall’altra parte Salvini. Aggiungendo, racconta il Corriere: “Ma visto che ci vai d’accordo molto più di me, prova a convincerlo tu“.

La mossa in zona Cesarini, alla quale non si sa se Renzi abbia dato seguito, è stata questa. Anche qualora la causa salviniana fosse stata davvero perorata dall’ex segretario i risultati sono stati minimi, se non nulli. Perché Silvio Berlusconi ha rifiutato di sganciarsi in cambio di tre ministeri da assegnare a persone vicine a Forza Italia e resta accanto a Salvini con l’unico distinguo, almeno per il momento, della preferenza sulla data del voto: “No luglio, sì in autunno”, ha spiegato il partito dopo la strigliata di Mattarella.

Così ora anche il Pd che Renzi ha voluto “orgogliosamente” isolare nei dialoghi per la formazione di un governo politico adesso ha pochi mesi per riorganizzarsi e prepararsi a un’altra sfida elettorale. Con i sondaggi in picchiata, il rischio di un voto polarizzato, il vuoto di leadership e l’impossibilità di sfruttare l’opposizione per recuperare terreno, le urne sono uno scenario preoccupante per i democratici. E ancora di più per l’ex segretario, che non sarà più il plenipotenziario durante la formazione delle liste. Un’arma usata lo scorso febbraio contro le minoranze più riottose che rischia di trasformarsi in un boomerang.