Uccisioni arbitrarie o illegali, esecuzioni senza giusto processo, sequestri. E poi ancora: restrizioni alle libertà di parola, di associazione e di religione, politiche di limitazione forzata alle nascite, repressione dei diritti dei lavoratori. Questi sono solo alcuni dei crimini contro l’umanità che il Dipartimento di stato americano imputa al governo cinese nell’ultimo anno. Le accuse sono contenute nel rapporto annuale sui diritti umani pubblicato lo scorso 20 aprile dagli Usa. Rapporto che definisce la Cina e altri paesi una “forza di instabilità”. Come avvenuto già in passato, vengono attaccate la soppressione delle elementari libertà democratiche e le politiche repressive nei confronti di alcune minoranze, fra cui i tibetani e gli uiguri dello Xinjiang.

Particolare risalto viene dato ai recenti casi di detenzione illegale di avvocati e attivisti per i diritti civili cinesi (nel 2015 ci fu il cosiddetto blitz 709 che ha portato all’arresto di più di 300 persone), come quelli di Liu Xiaobo, della moglie Liu Xia e di Wang Quanzhang. Il primo, insignito del Nobel per la Pace nel 2010, è morto di cancro al fegato a luglio dell’anno scorso mentre si trovava agli arresti. Da quel momento anche Liu Xia è agli arresti domiciliari. Di Wang ancora non si ha traccia anche se si ritiene si trovi al momento agli arresti in una località sconosciuta. La sua famiglia, si legge anche nel rapporto, non sa se sia ancora vivo o meno. Di sicuro la moglie di Wang, Li Wenzu, si trova agli arresti domiciliari dopo aver organizzato una marcia di protesta a favore della liberazione del marito a inizio aprile. Il rapporto cita anche la sparizione nel 2015 di Gui Minhai, libraio con passaporto svedese della Causeway Bay Books, punto vendita di Hong Kong dove venivano venduti libri considerati “scomodi” per la leadership cinese. Sempre per quanto riguarda l’ex colonia britannica, il documento ricorda anche i divieti di accesso alla regione ad amministrazione speciale per alcuni politici e attivisti di posizioni autonomiste sulla base di una potenziale minaccia alla sicurezza interna.

Il rapporto si sposta poi sulla repressione delle istanze etniche in Xinjiang e Tibet. Qui, ricorda il Dipartimento di stato Usa, la situazione si è aggravata in seguito all’approvazione di misure contro il radicalismo e l’estremismo. Provvedimenti che hanno portato alla sparizione, all’incarcerazione o all’obbligo di frequenza a corsi di rieducazione per decine di migliaia di uiguri e altre persone di religione musulmana, compresi alcuni studenti impegnati all’estero a cui è stato ordinato di tornare nel Paese.

Situazione, quella dei diritti civili in Cina, ulteriormente inasprita dal forte controllo esercitato dagli organi governativi sulla stampa, sulla tv e sui social media. A livello internazionale, la Cina si trova certo in ottima compagnia – Russia, Iran e Corea del Nord sono gli altri componenti di questo nuovo “asse del male”. E, secondo John Sullivan, segretario di stato americano facente funzioni, il Dragone “continua a diffondere i tratti peggiori del suo sistema autoritario”.

Nelle ultime ore è arrivata la replica di Pechino. In un editoriale pubblicato sul Global Times, quotidiano filogovernativo in lingua inglese, le accuse di Washington vengono ribaltate. L’articolo definisce senza mezzi termini il rapporto un’interferenza negli affari interni della Cina, e sottolinea come un Paese che si rende responsabile di altre violazioni sui diritti umani – tra cui i divieti sull’immigrazione per messicani e musulmani o l’inerzia sulla diffusione capillare delle armi da fuoco – non abbia diritto di fare la morale a nessuno. Temi, questi, trattati anche in un “contro-rapporto” del governo cinese sui diritti umani in America pubblicato da Pechino a partire dal 2000. “Può Washington denunciare le condizioni dei diritti umani degli altri? Evidentemente no”, conclude l’editoriale. Che insiste: “Speriamo che Washington abbandoni la propria mentalità da Guerra fredda”.

Si sta quindi aprendo un nuovo fronte nella contesa tra la superpotenza americana e la Cina? C’è chi getta acqua sul fuoco. Come spiega Shi Yinhong della Renmin University di Pechino al quotidiano di Hong Kong South China Morning Post, il rapporto è ormai una consuetudine e l’amministrazione Trump non sembra dare troppo peso alla questione dei diritti umani. “Non ha citato la questione durante la sua visita in Cina” avvenuta a novembre dello scorso anno, ha spiegato Shi. “E il suo ex segretario di stato Rex Tillerson l’ha raramente citata pubblicamente. I diritti umani sono stati ridimensionati nella strategia cinese degli Stati Uniti”. Le priorità assolute sono altre: il commercio, l’influenza cinese sul Mar cinese meridionale e la questione di Taiwan. “Se la tensione tra Usa e Cina dovesse salire a un nuovo livello”, conclude Shi, “la questione dei diritti umani difficilmente inciderà più di tanto”.

Di China Files per Il Fatto