Come neanche i più vili tra i peccatori danteschi. Immersi da morti nei corpi gli uni degli altri, vittime di un contrappasso inimmaginabile. Non esistono colpe possibili per guadagnarsi l’inferno scoperchiato dai Vigili del fuoco che due estati fa si sono calati nella pancia della balena per recuperare le salme. Uno strato di carni, ossa, tendini e muscoli macerati e mescolati ai vestiti ricopriva il pavimento della stiva nel groviglio in cui mille uomini che avevano tentato di attraversare il Mediterraneo erano miseramente trasumanati da morti. Non rimane altro delle vittime del naufragio del 18 aprile 2015: un campionario di tessuti umani e oggetti, oggi catalogati dagli anatomopatologi, in cui l’Italia cerca pietosamente di rimettere ordine per dare loro un nome, nella titanica impresa in cui Matteo Renzi volle imbarcarsi quando ancora credeva che potesse servire per costringere l’Europa a non far finta di nulla.

L’eterno riposo dona loro, o Signore. Lo avevano recitato i pompieri riuniti all’ombra del barcone sistemato sotto il sarcofago refrigerato costruito nella base Nato di Melilli, una volta estratti tutti i corpi. Ora che molti dei loro resti riposano sotto la terra siciliana, chi non riposa è chi è rimasto vivo, a casa. Chi al di sotto dell’Equatore, in quella fascia longitudinale che va dal Senegal alla Somalia, non ha più notizie di un figlio o di un fratello, e non sa che potrebbe essere annegato su quel barcone. Nella stiva ce n’erano 232, da quando oltre un anno prima il peschereccio egiziano si era adagiato sul fondale, dopo aver urtato il mercantile portoghese inviato da Roma a salvarli. “Lì dentro abbiamo trovato uno strato di materiale biologico alto 80-90 cm steso lungo tutti i 23 metri della nave. Erano persone – racconta Roberto Di Bartolo, ingegnere capo della squadra dei Vigili del fuoco che hanno recuperato la maggior parte delle salme dei mille migranti morti nella più grave tragedia avvenuta nel Mare Nostrum nel dopoguerra – quei poveri cristiani erano ammassati uno sull’altro. Prima di salpare gli scafisti li avevano fatti sedere su tavoloni fissati su vari piani alle murate. Nel momento in cui il peschereccio si è prima ribaltato e poi è colato a picco, sono stati tutti scaraventati giù. E lì sono rimasti“. A 370 metri di profondità. Fino a che tra il 1° e il 12 luglio 2016 i pompieri, entrati dalla coperta e aperti tre squarci nelle murate, non hanno cominciato a estrarli.

“Lavorando su materiale di quel tipo e volendo procedere per fronti di avanzamento, provavamo a tirare questi corpi fuori dal cumulo ma finivamo per romperne dei pezzi – racconta Di Bartolo – e questo fatto non ci faceva stare a posto con la coscienza e non rispettava l’indicazione che avevamo ricevuto di recuperarli in maniera più leggibile possibile”. In modo che, una volta fuori, il gruppo di esperti provenienti da 12 università coordinati da Cristina Cattaneo potesse effettuare gli esami autoptici necessari all’identificazione. “Quindi decidemmo di procedere non più su fronti ma su strati, dall’alto in basso – prosegue l’ingegnere – in quel modo, però, avremmo dovuto lavorare con i piedi sui cadaveri. E noi vigili del fuoco abbiamo una regola non scritta, che osserviamo in tutti i teatri in cui siamo chiamati a operare, dagli interventi ordinari ai terremoti come quelli de L’Aquila o del Centro Italia: non mettiamo mai i piedi sui morti. Per questo a quel punto i nostri ragazzi, piuttosto che camminarci sopra, hanno preferito lavorare stando sdraiati sui corpi. Sa cosa significa? Ma era questione di rispetto”.

I latini la chiamavano pietas, virtù civile prima ancora che religiosa in cui il concetto di rispetto si fondeva con quello di “dovere” verso gli altri. Il dovere, avvertito dalle istituzioni in primis, era quello di dare una degna sepoltura a quegli annegati. E poi procedere al riconoscimento dei corpi, in modo che chi è rimasto a casa, e a distanza di tre anni ancora attende notizie, sappia. Un dovere che è passato attraverso il lavoro pietoso di ricomposizione dei cadaveri. Ciò che i pompieri tiravano fuori veniva messo nelle body bag, espressione tecnica, asettica, ma il cui significato è immediatamente comprensibile anche a chi non ha dimestichezza con il linguaggio minimo della medicina legale. “In quelle sacche mettevamo sia i resti, sia gli oggetti che erano attribuibili a quei resti – racconta Di Bartolo – ad esempio una seconda scarpa che veniva trovata a poca distanza da un corpo e che era simile alla prima: si riapriva il sacco e la si metteva dentro. Una contabilità che tenevamo riempiendo dei moduli che servivano per tenere ordine tra i ritrovamenti”.

La contabilità in casi come questo ha il sapore del sacrilegio, anche se è indispensabile per fare opera di giustizia: “Abbiamo riempito 458 body bag, che non corrispondono necessariamente al numero esatto dei cadaveri: parti di un corpo potrebbero essere finiti in due o più sacche diverse o parti di due salme in una sola sacca”. Mettere ordine è compito del Labanof: nel Laboratorio di Antropologia e Odontologia Forense dell’Istituto di Medicina Legale dell’università di Milano sono conservati anche i prelievi effettuati sui primi 169 corpi che la Marina militare aveva finito di recuperare nel dicembre 2015. “I dati empirici confermano i numeri che alcuni dei 28 superstiti avevano comunicato dopo essere stati salvati – prosegue Di Bartolo – numeri che all’inizio avevano suscitato persino qualche ilarità. Qualcuno disse: ‘Ma come è possibile che una barca così riesca a contenere mille persone?'”. E’ possibile, perché li avevano pressati l’uno sull’altro all’inverosimile.

“Nel gavone di prua, locale che per la sua forma non può essere utilizzato per ospitare persone, abbiamo trovato 48 corpi – ricorda l’ingegnere  – 4 persone per metro quadro stipate nel locale in cui si tengono le ancore e le loro catene. Noi le cercavamo, ma quel peschereccio non aveva ancore perché era partito senza speranza: i trafficanti sapevano che non si sarebbe ancorato da nessuna parte, perché probabilmente non sarebbe mai arrivato. Era una barca a perdere. E a questi assassini interessa che la barca parta, non che arrivi”. Tutti gli spazi erano stati utilizzati per caricare. “Persino la sala macchine era stata riempita di gente – prosegue Di Bartolo – quello è un locale destinato ai motori separato da tutti gli altri per questioni di sicurezza, in cui si sviluppano alte temperature così alte da provocare incendi. Neanche il macchinista ci mette spesso piede. Ecco, lì dentro avevano stipato 65 persone. Tra loro abbiamo trovato due corpi abbracciati, erano in mezzo alle apparecchiature. Un corpo piccolo e uno grande, forse una madre e un figlio, oppure un padre con il suo bambino”. Lì avevano chiusi tutti sottocoperta: “Probabilmente li avevano usati come peso per stabilizzare l’imbarcazione, il che accade quando il baricentro è al di sotto del metacentro. Quindi hanno utilizzato i migranti come zavorra, perché se tutte quelle persone fossero salite in coperta la barca si sarebbe capovolta”. A bordo avevano 2 serbatoi da mille litri d’acqua per 1.000 persone, un paio di litri a testa per un viaggio che poteva durare giorni. E un unico bagno alla turca per tutti.

La discesa non era finita, l’ultimo girone doveva ancora arrivare. “Al 10° giorno, svuotata la stiva, pensavamo di aver terminato. Invece per caso ci siamo accorti che in mezzo alla fanghiglia che si era depositata nella sentina, al livello della chiglia, nel punto più basso della nave, c’erano dei resti. Abbiamo raccolto una decina di fusti da 25 chili, quelli da vernice, di questi liquami. Lì dentro c’erano i resti di una trentina di persone, e documenti, telefonini …”. Recuperati nel liquame nero che nei filmati realizzati dai pompieri per documentare il lavoro imbratta le pesanti tute bianche a tenuta stagna usate dai 348 vigili che hanno lavorato due per turno, di notte dato il caldo siciliano, per 277 ore continuative. “Quando abbiamo finito il lavoro, ci siamo ritrovati sotto il relitto e un vigile propose con un po’ di timidezza di fare una preghiera tutti insieme. Pensavo che in pochi avrebbero accettato, invece ci siamo ritrovati in molti all’ombra del barcone a ‘santificare’ il lavoro che avevamo fatto”.

Due anni dopo, però, chi è entrato all’inferno continua a farci i conti: “Qualche tempo fa ho visto un documentario in cui ci si domandava come mai le persone che vivevano attorno ai campi di concentramento come Buchenwald e Auschwitz riferissero di non sapere – riflette Di Bartolo – erano poco distanti dai campi di concentramento, conducevano la loro vita tranquilla e dicevano di non essersi accorti di ciò che accadeva lì dentro. A noi sta accadendo qualcosa di simile: siamo vicinissimi a questa gente, ma facciamo finta di nulla. Ci voltiamo dall’altra parte. Ma non possiamo più ignorarli, ormai la storia la sappiamo. Fatti come questo ci tolgono ogni scusa“.

@marco_pasciuti