“Una intervista partita serena e diventata disastrata…”. Paolo Riccardo Papagni, sentito nel processo per tentata violenza privata ai danni della giornalista di Repubblica Federica Angeli, ha ripercorso il giorno dell’intervista nel maggio del 2013, anche con telecamera poi spenta, alla cronista di Repubblica che l’uomo, socio e fratello del presidente di Assobalneari, aveva rilasciato per poi interromperla. L’uomo, che definisce la professionista “una signora, per me non è una giornalista”, disse alla Angeli: “Federì, sei giovane, hai una famiglia. Ti rendi conto che casino stai facendo?”. Ma secondo Papagni, che poco prima con un lapsus aveva definito la parte lesa “giornalaia”, quelal frase non era una minaccia, ma un consiglio. E all’avvocato di parte civile che lo incalzava chiedendo cose volesse dire con quelle parole, ha risposto: “Nulla. Non sono abituato a minacciare io. Era solo un consiglio. Un consiglio! Non volevo dire nulla. Volevo soltanto dire che una madre di famiglia deve stare attenta a scrivere certe cose”. Consigli “dal punto di vista sociale e umano…”.

Poi, ancora, “quando le ho detto che non era con questa intervista che avrebbe fatto carriera, volevo dire quello che ho detto. Lo si dice tante volte: non sarà questo che ti fa fare carriera”. Ma non solo Papagni, che da 4 anni si è trasferito a Malta, ha detto che contattò la Angeli dopo l’intervista perché aveva saputo che voleva trascinarlo nel marasma: “Lei ha tirato dritta, del resto ha ottenuto di essere giornalista, di avere la scorta si è messa pure in politica…Speriamo che piano piano glie cascano tutte queste cose”. Poi, le domande sono tornate sul giorno dell’intervista. L’imputato ha ripercorso quell’incontro durante il quale “Angeli mi chiese anche se era vero che ero andato in America per assoldare un sicario per far uccidere Carmine Fasciani. Una cosa assurda”. E quando l’avvocato di Angeli gli chiede quali siano i suoi rapporti con Carmine Fasciani, il boss di Ostia condannato in via definitiva per 416bis, lui spiega: “Ci conoscevamo da piccoli. Sono lavoratori, credo che il padre facesse il panettiere”. A quel punto Vasaturo lo esorta: “Lei sa che è stato condannato per mafia?”. “Da ragazzetti – questa la risposta – forse hanno fatto qualche furtarello, poi quello che ha fatto non mi riguarda”. La posizione dell’uomo, che rivolto all’avvocatod i paret civile ha detto ‘Cen ne è anche per lei avvocato’ è stata stralciata da quella di Armando Spada, imputato di minacce sempre ai danni della giornalista. Il giudice ha deciso per lo stralcio.