Nella matrice programmatica della Pubblica amministrazione – dall’università all’ufficio del catasto – una densa colonna è da tempo dedicata alla “semplificazione ed efficacia dei servizi”. E in questa colonna trovano spazio lo sviluppo e il consolidamento delle procedure di dematerializzazione. La parola magica indica la smaterializzazione delle procedure, abbandonando sia la carta, sia il rapporto dialettico diretto tra soggetti (per esempio, tra l’impiegato e l’utente) che vengono rispettivamente sostituiti dall’archiviazione digitale e dall’intermediazione di un portale telematico.

In un Paese che complica non solo la complessità ma anche le cose più banali, il lemma “dematerializzazione” promette di per sé orizzonti meravigliosi in virtù della particella “de” con funzione privativa. Il “de” designa l’approdo a un paradiso di procedure semplici e immediate, efficienti ed efficaci, rapide e invisibili come i sommergibili della famosa canzoncina d’epoca fascista. Testo di Guglielmo Giannini –che nel dopoguerra diventò l’uomo qualunque– e musica di Mario Ruccione, l’autore di Faccetta Nera.

Poiché sono in grado di tradurre per via informatica lo spartito di un brano folk o di un adagio di Wolfgang Amadeus Mozart in musica da ascoltare, non sono propriamente una recluta di questo mondo, ancorché solo un praticone che da ragazzo aveva imparato a leggere al tatto le schede perforate, ossia le istruzioni con cui funzionavano i computer della mia generazione di studente.

Eppure, di fronte al portale burocratico sono disarmato. Un adagio o una sinfonia sono ben più complesse dei brani folk che amo di più; e, a prima vista, non posso che assimilare a una sinfonia di Gustav Mahler le procedure che sono celate dai meandri interattivi del portale burocratico. Ogni volta che mi confronto con questi portali, lo faccio sì con spirito mahleriano, ma ben presto assaggio il senso di frustrazione che, a causa della mia ignoranza musicale, provo tuttora di fronte alla musica di Arnold Schoenberg o Alban Berg. Meglio John Cage con i suoi silenzi, di fronte ai “click” che potrebbero generare effetti di retroazione del tutto inconoscibili, con danni irreversibili.

Non è l’informatica che può semplificare la vita collettiva, lavorativa e sociale, ma l’applicazione della logica. E, soprattutto, del buon senso. Applicando regole borboniche con spirito asburgico, la dematerializzazione di traduce in uno strumento di puro controllo, frutto della «metamorfosi dello Stato da macchina amministrativa a macchina cibernetico-governamentale» come scrisse tempo fa Valeria Pinto su Aut Aut. Nessun webmaster è in grado di rendere intelligenti regole stupide. Senza cancellare le norme assurde e contraddittorie e gli esercizi labirintici, spesso frutto di miti fasulli e assiomi inconfutabili, la dematerializzazione è solo l’anello al naso imposto dal Grande Fratello di orwelliana memoria.

La smaterializzazione del capitale è stato l’architrave culturale del nuovo millennio. La burocrazia di governo si adegua perciò all’archetipo dominante, declinandone il verbo a ogni livello. Poiché, chiosando Arthur Bloch, «una burocrazia è una organizzazione che ha elevato la stupidità al rango di religione», i burocrati/manager traducono ogni regola in procedura informatica e telematica, al fine di ridurre i costi di mano d’opera, impedire ogni possibilità di controllo o intervento umano che possa invalidare la sacralità delle regole stesse, schiavizzare chi è costretto a muoversi dentro questo recinto per sopravvivere. E per questo obiettivo, la burocrazia non lesina le risorse finanziarie né un impegno umano prossimo all’abnegazione. A lungo termine, però, questa logica non può che sfuggire al controllo di chi si erge a controllore supremo, come in romanzo di fantascienza dove l’automa diventa individuo e l’individuo non è più distinguibile dall’avatar.