Il ritorno dello Stato nel capitale di Telecom Italia? Potrebbe essere letto come un’operazione speculativa a sostegno degli azionisti di un gruppo molto indebitato con una rete dal valore ancora da definire. O anche solo far parte di un più ampio disegno finalizzato a sostenere la Mediaset di Silvio Berlusconi contro l’assalitore francese Vivendi. Letture che fanno in ogni caso storcere più di un naso.

Dal 29esimo forum Ambrosetti sullo Scenario dell’Economia e della finanza di Cernobbio, arrivano le prime riflessioni sulla decisione della Cassa Depositi e Prestiti di investire in Telecom (oggi Tim) mettendo assieme fino al 5% del capitale. Intanto sullo sfondo resta il grande interrogativo sul valore della rete che è a garanzia dei 33 miliardi di debiti di Tim. Un tema sul quale il consigliere di Telecom, Franco Bernabé, preferisce non esprimersi, lui che, nel suo passato da presidente dell’ex monopolista, non solo tentò lo scorporo dell’infrastruttura di trasmissione dai servizi, ma studiò anche le nozze con Deutsche Telekom. 

Da allora, come ha ricordato Bernabé, “sono passati vent’anni”. Ma l’impressione è che il vizio della politica di mettere bocca nei temi finanziari di società private non sia stato archivato. Con risultati tutti da verificare, ma su cui non mancano dubbi come quelli espressi dal professor Luigi Zingales, già consigliere di amministrazione di Tim. Per lui, la scelta di Cdp di investire in Telecom è “negativo sia per il fatto in sé che per le modalità (…)”. L’operazione “finisce con l’essere un sussidio agli azionisti e non è giusto sussidiare – aggiunge -. Inoltre la mia paura è che questo faccia parte di un disegno più grosso per, in qualche modo, favorire Mediaset. Cioè il problema di Tim in Italia è che Berlusconi e Mediaset sono sempre stati molto influenti. E se finalmente si formerà un governo senza Berlusconi, forse si potrà fare una politca industriale in Italia che non dipende dagli interessi di Berlusconi”.

Inoltre, secondo Zingales, a destare perplessità sono anche le modalità con cui l’operazione è stata portata a termine dalla Cdp: l’intervento “da fuori mi sembra strano e soprattutto mi sembra strana la scelta di annunciare sul mercato che comprerà. Mi dà l’impressione di una manovra per far alzare il prezzo. Oggettivamente è quasi una speculazione. Non mi sembra il ruolo dello Stato intervenire in questi modi”, sottolinea ancora.

L’Italia è del resto un caso sui generis nel panorama internazionale “anche per via di Berlusconi e delle sue tv, – il Paese – non ha mai sviluppato una rete per la televisione via cavo”, spiega Zingales. Il risultato è che oggi in Italia esiste una sola rete che appartiene a quella che era la Telecom, oggi Tim. In questo scenario, l’interrogativo più rilevante è il valore della rete che è a garanzia del pesante debito dell’ex monopolista. Per Zingales è “difficilissimo da dire. Dipende da tantissimi parametri e il grosso rischio è che il valore della rete non sia così elevato e che i debiti che ci sono oggi in Tim siano di gran lunga speriori al valore della rete”, conclude.

Non a caso persino Bernabé ha preferito non rispondere alla domanda sul valore della rete di Telecom che è al centro di uno scontro fra cda e collegio sindacale che, come ha ammesso il manager, mai ha avuto eguali nella storia di Piazza Affari. Una battaglia in cui è spuntata a sorpresa la Cassa Deposti e Prestiti che da anni viene invocata al capitale di Telecom.

Non senza perplessità del mondo finanziario. “Lo Stato ha un ruolo cruciale: creare regole in modo che tutti gli operatori possano fare azienda e creare competizione”, sottolinea il finanziere renziano Davide Serra. La formula ha funzionato per i treni ma non per le telecomunicazioni un settore in cui “il Paese ha le tariffe più basse al mondo” che di fatto limitano gli investimenti “perchè se le aziende non riescono a guadagnare, non possono investire”, ha precisato Serra.

Il risultato? Secondo il finanziere, “vent’anni fa eravamo leader nel settore telecomunicazioni, c’è stata poi una cattiva gestione di Telecom con quasi tutti gli azionisti che si sono succeduti. Alla fine oggi ci troviamo con un operatore indebitato e quindi debole. E questo sfortunatamente è anche il caso del nostro Paese che ha un debito pubblico così alto: se continui a fare debito, sfortunatamente non hai soldi per investire perchè devi pagare il debito”.

E senza soldi non si cantano messe. Nè vanno a buon fine le aste per il 5G che il Tesoro ha promesso a Bruxelles, ma che costano care agli operatori e fanno inevitabilmente scendere anche il segretissimo valore della rete di Telecom.