Alla decisione del giudice sul caso dell’ex dipendente dell’Ikea Marica Ricutti, madre separata di due figli uno dei quali invalido, verrà contropposto un ricirso. La Filcams Cgil di Milano sta preparando un ricorso contro il provvedimento anche se il sindacato, però, già pensa all’appello perché il ricorso sarà esaminato, questa volta nel merito, dallo stesso giudice che in via cautelare ha stabilito che la decisione più drastica per la lavoratrice da parte dell’azienda era motivata dai comportamenti della Ricutti “di gravità tali da ledere il rapporto fiduciario tra datore di lavoro e lavoratore e consentono l’adozione del provvedimento disciplinare espulsivo”.

Marco Beretta (a sinistra nella foto), segretario di Filcams Cgil, ritiene il provvedimento del giudice non solo “non condivisibile” ma “sbalorditivo”. “Andremo avanti nella nostra battaglia legale – ha spiegato – perché in questo caso si sono tutelati gli interessi di una multinazionale anteposti alle esigenze di una lavoratrice e siamo in presenza di un problema più generale”.

Il segretario della Cgil milanese, Massimo Bonini (a destra nella foto), gli fa eco: “Quante donne sono costrette a rinunciare al lavoro perché non si creano le condizioni affinché sia conciliabile con le esigenze della famiglia? E l’Italia è il primo Paese per dimissioni dal lavoro delle donne” ha sottolineato il sindacalista. E Marica? “Non sta bene, ma è determinata a riottenere il suo posto di lavoro”, dicono alla Cgil.

Secondo il giudice, l’Ikea sarebbe venuta incontro in termini di turni alle esigenze della donna la quale invece si sarebbe “autodeterminata” gli orari “senza preavvertire il responsabile, pur consapevole del proprio nuovo orario, in due giornate: nella prima, pur in mancanza di una esigenza familiare specifica; nella seconda, pur consapevole dei disagi già in precedenza arrecati e delle contestazioni verbali dei responsabili”. Accuse respinte dall’avvocato Maurizio Borali, che assiste Marica Ricutti: “Molti elementi a giustificazione del comportamento della lavoratrice nell’ordinanza sono stati un po’ trascurati” e il suo obiettivo era “solo quello di ottenere un minimo di condizioni che le permettessero di potersi occupare della famiglia”.