La Corte Costituzionale dichiarato incostituzionale il decreto Salva Ilva del 2015 che autorizzò l’utilizzo dell’altoforno 2 del siderurgico tarantino, sequestrato a giugno dal gip Martino Rosati dopo la morte di Alessandro Morricella, ucciso poche settimane prima da un getto di ghisa mentre lavorava nell’impianto. Il provvedimento voluto dal Governo Renzi “a differenza di quanto avvenuto nel 2012”, quando l’esecutivo superò il sequestro chiesto dalla procura in seguito all’indagine Ambiente Svenduto, ha”finito col privilegiare in modo eccessivo l’interesse alla prosecuzione dell’attività produttiva, trascurando del tutto le esigenze di diritti costituzionali inviolabili legati alla tutela della salute e della vita stessa”. Diritti, scrivono i giudici della Consulta, “cui deve ritenersi inscindibilmente connesso il diritto al lavoro in ambiente sicuro e non pericoloso”.

La prosecuzione dell’attività, considerata di interesse strategico nazionale, era stata garantita dal legislatore alla sola condizione che entro 30 giorni la parte privata colpita dal sequestro approntasse un piano di intervento contenente “misure e attività aggiuntive, anche di tipo provvisorio”, che però non venivano definite in maniera adeguata nel decreto. La Corte costituzionale ha applicato i principi espressi in una sentenza del 2013 – richiamata già dal gip Rosati – in base ai quali il legislatore, pur in presenza di sequestri dell’autorità giudiziaria, può sì intervenire per consentire che impianti di interesse strategico nazionale continuino le proprie attività, ma a condizione che vengano tenute in adeguata considerazione, e tra loro bilanciate, sia le esigenze di tutela dell’ambiente, della salute e dell’incolumità dei lavoratori, sia le esigenze dell’iniziativa economica e della continuità occupazionale.

In quell’occasione, la Corte ritenne che tali principi fossero stati rispettati. Per quanto riguarda la legge firmata dal Governo Renzi, invece, i giudici hanno stabilito che l’esecutivo abbia privilegiato unicamente le esigenze dell’iniziativa economica e sacrificato completamente la tutela della vita, oltre che dell’incolumità e della salute dei lavoratori. Quella norma era quindi illegittima e oltretutto venne introdotta e tenuta in vita con un’anomala procedura legislativa: introdotta con un decreto-legge subito dopo il sequestro dell’impianto, poi abrogata apparentemente con la legge di conversione di un altro decreto legge ma, simultaneamente, trasposta in un altro articolo della stessa legge di conversione, con una clausola che manteneva per il passato gli effetti già prodotti.

La sentenza, specifica Ilva in una nota, “non ha alcun impatto sulla continuità dell’attività produttiva” in quanto la restituzione dell’altoforno 2 “è stata ottenuta nel settembre 2015 non in base al decreto oggi dichiarato illegittimo, ma in forza di un provvedimento della procura che, in accoglimento di un’istanza presentata dalla società,  ha restituito l’impianto condizionatamente all’adempimento di determinate prescrizioni in materia di sicurezza, poi attuate”. Il commissario straordinario di Ilva, Enrico Laghi, specifica che “le norme del decreto dunque avrebbero rappresentato solo una soluzione alternativa, che non è stata però perseguita. Per questo motivo non c’è nulla da temere per Ilva dalla sentenza della Corte Costituzionale”.

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