Per ora si tratta solo di un fascicolo conoscitivo, ma la procura di Firenze indagherò sulle parole dell’ex Br Barbara Balzerani al centro sociale Cpa-Firenze sud il 16 marzo scorso dov’era stata invitata per la presentazione del suo ultimo libro in concomitanza con l’anniversario del sequestro di Aldo Moro. L’ex dirigente della colonna romana, che condannò a morte il presidente della Dc, aveva anche detto che “fare la vittima è diventato un mestiere”, suscitando la reazione dei familiari delle vittime e della politica. Il fascicolo non ipotizza nessun reato ma accoglie una relazione informativa redatta dalla Digos sull’evento al Cpa.  Sempre su questo fatto, su vari media, Lorenzo Conti, figlio del sindaco di Firenze Lando Conti ucciso dalle Br nel 1986, ha annunciato l’intenzione di querelare l’ex brigatista.

Sulle frasi della brigatista, condannta a diversi ergastoli ma in libertà vigilata dal 2007 perché “ravveduta” anche se non pentita, è intervenuta anche Olga D’Antona, vedova di Massimo D’Antona, esperto di diritto del lavoro ucciso dalle nuove Brigate rosse nel 1999, “sono un incitamento a un’ulteriore violenza e a un’ulteriore eversione. Vorrei ricordare che abbiamo il dovere di ricordare le vittime del terrorismo – ha spiegato ai microfoni di ‘Circo Massimo’, su Radio Capital -. Abbiamo avuto 800 morti, c’è stata una guerra, e siccome questi fenomeni sembrano non finire mai, dobbiamo tenere una vigilanza costante”.

Intervistata da Massimo Giannini e Jean Paul Bellotto, D’Antona risponde poi nello specifico a Balzerani: “Quando ci mettiamo sulle spalle questo zaino, prestare la nostra esperienza alla società per fermare certe violenze, per contribuire a ricreare un tessuto sociale unito, a far sì che ci sia consapevolezza nel paese, diventa un lavoro”, dice, “È un peso enorme, e ha ragione la Balzerani quando dice che diventa un lavoro… ma noi non l’abbiamo scelto“. La ex parlamentare dell’Ulivo ricorda poi di non aver mai “manifestato odio e condanna definitiva nei confronti di nessuno. Se uno di quei brigatisti raggiunge una consapevolezza e ritrova la capacità di reintegrarsi nel paese, per me è una vittoria. Ma”, specifica, “nel momento in cui sgarri, a quel punto sarei inflessibile: se dimostri di non meritare la mia clemenza, io butto la chiave“.

A rispondere immediatamente era stata Maria Fida Moro: “Negli ultimi quaranta anni mentre io mi arrampicavo sugli specchi per mantenere mio figlio, voi ve la siete ‘goduta’ senza fatica, senza dolore e senza merito. “Io – ricorda la donna – sono quella del perdono nei vostri confronti, che mi è costato un baule di parolacce e minacce di morte (compresa la carta igienica sporca inviata per posta). Altri hanno trasformato in mestiere ed in una lucrosa fonte di reddito il nostro dolore. Detesto anche solo l’idea del mestiere di vittima, che ho sempre rifiutato. Sono andata in giro gratis attraverso l’Italia per portare un messaggio di pace amorevole, nonostante tutto. Se c’è qualcuno che ha trasformato in mestiere una morte totalmente ingiusta siete voi, portati in palma di mano, da gente vile e meschina”. “È paradossale – aveva dichiarato – che viviate da allora a braccetto con il sistema che dicevate di voler combattere. Sarà molto triste per lei sentire nel cuore il dolore che ha provocato, cosa che prima o poi succederà. Non le chiedo nemmeno più di fare silenzio. Parli ancora e ancora così tutti si renderanno finalmente conto di chi siate realmente”. Sulla stessa linea Luca Moro, figlio di Maria Fida. “Noi – sottolinea – non abbiamo scelto di essere vittime e non ne abbiamo fatto un mestiere. Voi avete scelto di fare i brigatisti e di piombare nelle nostre vite distruggendole – cosa di cui avremmo fatto volentieri a meno – negli ultimi quaranta anni avete avuto lo spazio, la voce e la visibilità. Cose che a noi sono state negate”.