Sono circa 2.700 le persone di etnia rom che per passare la notte dormono in tende o baracche in lamiera lungo ferrovie, fiumi o canali nei dintorni di Milano. “Si nascondono per non destare allarme ma vivono in condizioni gravi e rischiose per la loro incolumità”. A dirlo è Caritas Ambrosiana alla luce dei dati dell’unità mobile dell’Osservatorio Rom raccolti nel report In-visibili, la presenza rom e gli insediamenti spontanei. Una fotografia parziale che non analizza l’intera popolazione rom sul territorio milanese ma esclusivamente i rom costretti a vivere in insediamenti abusivi ai margini della città. “Abbiamo acceso una luce su queste situazioni molto deprivate perché il solo modo per provare a trovare delle soluzioni è uscire dall’invisibilità partendo dall’incontro”, ha sottolineato il direttore di Caritas Ambrosiana Luciano Gualzetti.

Sono serviti tre anni, alla Caritas, per censire i 134 insediamenti spontanei di rom del Milanese, otto su dieci di 15 individui (e comunque mai superiori ai 30) che si mimetizzano nelle aree periferiche della città, “in più della metà dei casi in luoghi nascosti, marginali e pericolosi per chi vi abita”. In un caso su due il degrado è alto, come i rischi per la salute, eppure i piccoli insediamenti continuano a sorgere nei pressi di autostrade e ferrovie (rispettivamente il 24 e il 22%), ma anche vicino a fiumi e canali (11%), aree abbandonate nei quartieri (17%) e campi agricoli (21%). In più di un caso su tre si tratta di tende (28%), ma l’etnia rom è costretta a chiamare casa anche roulotte (21%) o baracche (31%). “Non si tratta di una scelta di vita – continua il report di Caritas – ma di una strategia di sopravvivenza”.

Una sopravvivenza che, tradotta in termini pratici, significa tentare di scampare ai continui sgomberi che l’amministrazione milanese adopera come politica contro i campi abusivi dai tempi del sindaco Letizia Moratti, passando per la giunta di Giuliano Pisapia e Beppe Sala. “Potendo essere allestiti in zone meno visibili e più difficilmente raggiungibili, proprio in virtù delle loro modeste dimensioni, questi insediamenti suscitano meno allarme sociale e quindi sono più raramente soggetti all’intervento della forza pubblica – continua Caritas Ambrosiana – Non è un caso che circa il 50% degli insediamenti più piccoli, con meno di 15 persone, non sia mai stato sgomberato nel periodo preso in esame, ovvero dal 2015 al 2017”.

Senza acqua né elettricità, con i giacigli sistemati lungo gli argini dei fiumi a rischio esondazione, in aree dismesse contaminate da amianto o vicino a discariche, mentre i topi circolano nei piazzali a pochi passi dalle precarie abitazioni. “Le condizioni di vita sono molto al limite – racconta suor Claudia Biondi responsabile dell’area rom di Caritas Ambrosiana – Una realtà drammatica che sono costretti a vivere anche i minori che, benché non siano molto numerosi, per la stragrande maggioranza dei casi sono isolati dal contesto sociale e hanno una frequenza scolastica, dopo le elementari, molto bassa”. Stando al report di Caritas, infatti, il 75% dei minori costretti a vivere in queste condizioni non frequenta la scuola media inferiore, uno su due non entra in classe alle medie superi mentre vanno alle elementari il 64% dei bambini. Inoltre, stando al report “In-visibili, la presenza rom e gli insediamenti spontanei”, gli operatori dell’unità mobile hanno potuto constatare come sia molto frequente il caso di famiglie divise, in cui i bambini vengono lasciati ai nonni in Romania, mentre i genitori si muovono da un paese all’altro.

Ma chi abita queste baracche? Secondo la Caritas, sette rom su dieci che vivono ai margini della città sono di cittadinanza rumena, mentre il 10% italiana e il 9% bosniaca. Sempre secondo la fotografia fatta dall’area rom dell’associazione, in generale gli uomini lavorano nell’economia informale, (commercianti di ferro, trasportatori, venditori di abbigliamento) mentre è più probabile che le donne facciano l’elemosina. “Per tutti inizialmente l’obiettivo è guadagnare abbastanza per potere tornare a vivere meglio in Romania – continua suor Claudia Biondi – Ma con il tempo il progetto migratorio cambia, quando se ne hanno le opportunità, si decide di rimanere in Italia. Questo ci dice che i rom vanno trattati alla tregua di tutti gli altri migranti”. L’integrazione è possibile, continua la responsabile del rapporto, “ed è voluta dagli stessi rom”.

Secondo la Caritas, infatti, le condizioni di estrema precarietà in cui vivono le famiglie di etnia rom contattate dall’associazione possono essere superate offrendo loro concrete opportunità. Da qui la proposta. “I rom vanno inseriti nelle politiche abitative comuni previste per i soggetti più deboli a prescindere dalla loro nazionalità, appartenenza etica, credo religioso in conformità con il dettato costituzionale – continua Caritas Ambrosiana – I rom non sono marziani: vanno trattati alla stregua di qualsiasi altro migrante”.