Lo chiamavano il “re del vento“, perché era stato tra i primi in Italia a investire nell’energia eolica. Quei soldi investiti in energie pulite, però, erano sporchi: appartenevano, infatti, a Matteo Messina Denaro. E infatti l’imprenditore Vito Nicastri è al super boss di Cosa nostra che faceva avere parte dei guadagni arrivata dai suoi investimenti. Almeno secondo la procura di Palermo che ha arrestato il re del vento e altre 11 persone sospettate di aver coperto e finanziato la latitanza di Messina Denaro (nella foto), ricercato dal 1993. Nel corso dell’inchiesta sui presunti favoreggiatori del padrino di Castelvetrano erano già emersi i legami di Nicastri con il boss, che gli sono costati un maxi-sequestro pari a 1,3 miliardi di euro.

Il pentito e la borsa piena di soldi – Dell’imprenditore originario di Alcamo, in provincia di Trapani, ha parlato anche il pentito Lorenzo Cimarosa: lo ha accusato di essere tra gli sponsor economici della latitanza dell’ultima primula rossa di Cosa nostra. Cimarosa, nel frattempo deceduto, ha raccontato di una borsa piena di soldi che Nicastri avrebbe fatto avere al capomafia attraverso un altro uomo d’onore, Michele Gucciardi. “Mi ha detto che praticamente erano i soldi dell’impianto di… di quello degli impianti eolici di Alcamo, e che c’erano stati problemi perché aveva tutte cose sequestrate e i soldi tutti insieme non glieli poteva dare, perciò glieli avrebbe dati in tante tranches“, è il racconto del pentito. A consegnare quei soldi a Messina Denaro sarebbe stato Francesco Guttadauro, parente del padrino di Castelvetrano. 

Il terreno del senatore D’Ali – L’indagine, coordinata dal procuratore di Palermo Francesco Lo Voi e dall’aggiunto Paolo Guido,  ha ricostruito come le cosche trapanesi di Vita e Salemi avessero investito in colture innovative come gli alberi di Paulownia. Un business pianificato grazie all’aiuto di consulenti. Proprio per uno di questi progetti il boss Girolamo Scandariato, figlio del capomafia di Calatafimi arrestato nell’operazione, aveva individuato 22 ettari da acquistare: terreni appartenenti alla famiglia D’Alì. Della trattativa si era interessato direttamente l’ex sottosegretario al ministero dell’Interno e senatore di Forza Italia, Antonio D’Alì, attualmente imputato per concorso esterno ma che non risulta indagato in questa indagine. I due – come testimonia un video dei carabinieri – si incontrano il 5 settembre 2014. A Scandariato viene contestato il 416 bis con l’accusa di “avere messo a disposizione di Cosa nostra le sue competenze tecniche e la relativa attrezzatura, finalizzata alla bonifica di locali dalla presenza di eventuali microspie- dicono gli inquirenti – ma anche di estorsione”.

I terreni dei Salvo – L’inchiesta nasce dalla vendita all’asta di terreni della famiglia degli esattori mafiosi Salvo. Secondo gli inquirenti Cosa nostra, attraverso imprenditori complici, avrebbe messo le mani su ettari di vigneti del nipote di Ignazio Salvo, Antonio, sorvegliato speciale dopo una assoluzione da una accusa di mafia, e della moglie Giuseppa, parente del trafficante di droga mafioso Salvatore Miceli. Quei terreni vennero comprati all’asta dai fratelli Vito e Roberto Nicastri, che li pagarono 138 mila euro, rivendendoli poi a 750 mila euro alla società Vieffe dell’imprenditore Ciro Ficarotta, mafioso di San Giuseppe Jato. L’affare sarebbe stato realizzato con la supervisione del capomafia di Salemi Michele Gucciardi che aveva costretto i Salvo a rinunciare ai diritti sui vigneti.  Parte dei soldi ottenuti dall’affare, secondo i pm, sarebbero andati al boss Matteo Messina Denaro. “Ricordo distintamente che Salvo – racconta una testimone – ebbe a dirmi che, attraverso Nicastri, Messina Denaro avrebbe ottenuto la grande soddisfazione di appropriarsi di beni che appartenevano alla famiglia Salvo”.

I pizzini dei Lo Piccolo – Il nome Nicastri – “il signore del vento”, come lo aveva definito anni fa il Financial Times – era invece già emerso anche dai ‘pizzini’ trovati nell’abitazione dei boss Sandro e Salvatore Lo Piccolo, arrestati nel 2007. In quei messaggi si parlava “di accordi che riguardavamo Nicastri e un altro importante operatore che operava nel settore dell’energia rinnovabile, Mario Giuseppe Scinardo, socio dell’imprenditore alcamese. Il quale, sottolineano gli inquirenti, “curava lo stesso settore di interventi e lo sviluppo di attività imprenditoriali. Un dato, questo, particolarmente significativo“. Nell’ambito dell’operazione sono stati anche sequestrati tre complessi aziendali intestati a terzi ma considerati strumenti nelle mani dell’organizzazione criminale. “Accanto all’attività classica si affiancano accorgimenti che ci dimostrano come Cosa nostra è al passo con i tempi – hanno spiegato gli inquirenti – non solo per gli affari ma anche per quanto riguarda la tutela dell’organizzazione. Si arriva ad usare delle accortezze contro le investigazioni, ma per fortuna le investigazioni sono arrivate a buon fine”.

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