“Prima di tutto vennero a prendere…” i narcotrafficanti, spesso uccisi con esecuzioni sommarie, poi passarono agli attivisti per i diritti umani, spacciati per terroristi. Sembra di leggere il sermone di Martin Niemöller, attribuito erroneamente a Bertold Brecht, quando si vedono gli sviluppi politici nelle Filippine e la follia autoritaria del presidente Rodrigo Duterte, l’uomo del popolo che ha fatto della lotta al terrorismo e al narcotraffico il suo punto di forza governativo.

Da quando è stato eletto, il presidente sta portando avanti una politica di tolleranza zero contro il traffico di droga, delegando all’esercito e a gruppi paramilitari l’uccisione extragiudiziale di chiunque sia sospettato di essere un trafficante o un consumatore di droga.  Secondo Amnesty International dal 2016 ci sono stati 7.000 omicidi per presunte cause di droga, di cui 2.500 ad opera della polizia. Ma da un mese Il Vendicatore, nomignolo che gli è stato affibbiato in patria, è passato a perseguire anche il terrorismo. Il ministero della Giustizia filippino ha presentato una petizione in un tribunale di Manila per chiedere la dichiarazione di oltre 600 presunti guerriglieri comunisti come “terroristi”. Di questa lista fanno parte indigeni della zona di Mindanao e attivisti per i diritti umani. Tra gli altri figura anche Victoria Tauli-Corpuz, inviata delle Nazioni Unite per i diritti degli indigeni.

“La situazione è critica, sia per gli indigeni che per gli attivisti, perché quando colleghi gli attivisti con i gruppi terroristici si mette la vita delle persone in pericolo e si diffonde paura in coloro che vorrebbero parlare e criticare la situazione delle Filippine” dice Tauli-Corpuz al IlFattoQuotidiano.it. La strategia del presidente è passata ad un livello superiore, studiato per liberarsi di chi esprime una voce contraria all’operato del governo.

“Il rischio è che quando hai il nome in una lista il secondo step è quello di poter essere portato davanti ad una corte ed essere condannato oltre che etichettato. Ma forse la paura più grande è quella di essere vittima di uno squadrone della morte, ucciso senza avere un legittimo processo, in quanto l’invito per questi gruppi è quello di cercare le persone nella lista”. E di come questa sia diventata una prassi nello stato del Sudest Asiatico, lo dice Amnesty International nel rapporto dal nome Se sei povero muori, dove si mette in luce come la polizia porti avanti un vero e proprio sterminio a danno dei più poveri falsificando prove, pagando sicari e producendo rapporti falsi. È il caso di Riccardo Mayumi, attivista per i diritti umani inserito nella lista di possibili narcotrafficanti, ucciso due settimane fa da un gruppo paramilitare. “Era un semplice attivista ucciso sulla base di sospetti”, sostiene Tauli-Corpuz.

Il nuovo corso di Duterte sta riducendo sensibilmente i diritti fondamentali di tutta la popolazione, in particolare quello di parola e quello di assemblea. Nella regione della Cordillera è stata emanata la legge marziale e le popolazioni indigene temono per la propria incolumità. “La gente non si fida a parlare e l’opposizione è ridotta al minimo.” Nonostante questo il presidente gode ancora dell’appoggio della popolazione, in particolare di quello delle fasce più povere, grazie alle sue promesse populiste, e di quelle medio alte grazie alle promesse non mantenute sui contratti dei lavoratori.

“Duterte ha avuto un approccio davvero populista – racconta l’inviata Onu – presentandosi come l’uomo del popolo. È tuttora popolare e questo è un problema, perché nonostante tutto quello che sta succedendo ha ancora il supporto delle persone povere, della classe media e della classe alta. A loro piace perché da l’impressione che si preoccupi dei più poveri perseguendo il terrorismo e i narcotrafficanti.” Questo tipo di atteggiamento non permette la crescita di un’opposizione forte contro il governo, in quanto la paura è quella di essere etichettati come terroristi mettendo a rischio la propria vita e quella dei propri famigliari.

A dicembre migliaia di indigeni sono stati cacciati con la forza dalle loro case a Mindanao, nel sud del paese, e hanno chiesto alle autorità di porre fine agli abusi contro di loro che si erano intensificati sotto le operazioni militari. La risposta da parte del governo è stata la redazione di una lista di proscrizione. “La situazione degli indigeni è abbastanza tragica, in particolare a Mindanao, dove è stata emanata la legge marziale, ci sono i gruppi militari e paramilitari sul territorio, ci sono stati diversi casi di omicidio, perché coloro che si oppongono o resistono vengono uccisi”.

Ma la domanda che nasce è “perché proprio gli indigeni”? Secondo Tauli-Corpuz la motivazione è da ricercare nel modello di sviluppo del Paese che si basa sullo sfruttamento delle miniere e sulla produzione di olio di palma. “Abbiamo una legge molto buona sul diritto alla terra per gli indigeni. Loro stessi si battono per questo diritto, evitando piantagioni intensive e sfruttamento minerario. Io mi sono esposta pubblicamente su questo tema ed è per questo che rientro nella lista. Duterte si dice vicino alle popolazioni indigene, ma la sua idea di sviluppo si basa su olio di palma e miniere e così emana una lista accusando indigeni e attivisti di far parte del Nuovo Esercito Popolare (milizia comunista attiva nel sud del paese, considerata da Ue, Stati Uniti e Onu, un’organizzazione terroristica, ndr)”.

Questa sorta di Maccartismo alla filippina non giova certo all’economia. Il cambio del peso sul dollaro è salito da 42 a 52 dal 2016, nonostante il Pil nel 2017 abbia visto un incremento del 6,6%. “Gli investimenti stanno diminuendo. Non possiamo dire che la situazione è tragica, c’è ancora crescita, ma il numero di persone in situazione di povertà e povertà estrema sta aumentando, 500.000 persone hanno perso il lavoro dal 2016.”

Nonostante i ripetuti appelli da parte delle organizzazioni umanitarie, alcuni Stati esteri ancora non si espongono nei confronti del Vendicatore filippino, ad eccezione dell’Unione Europea, accusata di essere ipocrita e di vedere i propri ambasciatori rimpatriati. “Ci stiamo lentamente trasformando in una dittatura, è il momento che gli attori internazionali intervengano. Questo potrebbe avere un ruolo nella fine della tirannia. Ci sono ancora delle nazioni che appoggiano Duterte, come la Cina, che vede nelle Filippine un partner per gli investimenti e un fonte di risorse naturali. O come gli Stati Uniti, che sotto la presidenza Trump non si sono esposti.”

La paura di Tauli-Corpuz è quella che, come durante il nazismo, l’apatia politica possa portare pian piano all’eliminazione degli oppositori del presidente e che attraverso l’espediente della lotta alla droga e al terrorismo si possa continuare comodamente la costruzione di una dittatura. “Si sta spargendo il seme dell’odio, si parla di insicurezza facendo leva sulle paure delle persone. Praticamente Duterte è l’uomo del popolo che si sta liberando del popolo”, conclude Tauli-Corpuz. Proprio come scriveva Niemöller: “Un giorno vennero a prendere me, e non c’era rimasto nessuno a protestare”.