Le grandi manovre sono cominciate. Nel giorno in cui Carlo Calenda annuncia di volersi iscrivere al partito per “lavorare” e “risollevare quello che c’è” e le sue parole raccolgono gli applausi dei maggiorenti renzianiSergio Chiamparino dà voce a chi nel Pd contesta la decisione di Matteo Renzi di restare segretario fino a dopo la formazione del governo. E apre alla possibilità categoricamente esclusa dal leader dimissionario: sedere al tavolo del M5s, risultato primo partito alle politiche del 4 marzo.

“Candidarmi a segretario? Perché no? Io una mano la posso dare – ha detto il presidente del Piemonte aRadio anch’io, su Rai Radio1 – io spero che Renzi voglia gestire questa situazione in maniera collegiale, magari anche congelando le sue dimissioni. Dobbiamo decidere insieme che posizione prendere. Non ci dobbiamo sottrarre dalle responsabilità, ma non dobbiamo neanche andare a togliere le castagne dal fuoco agli altri – ha aggiunto Chiamparino – sono i vincitori che devono fare una proposta. Poi valuteremo“. “Io quasi quotidianamente dialogo con la sindaca Appendino, non c’è nessun tabù da sfatare – ribadisce il governatore poche ore dopo davanti ai cancelli dell’Embraco – il partito deciderà in modo collegiale se e quali risposte dare”.

La replica, stizzita, di Renzi arriva su Facebook: “Per me il PD deve stare dove l’hanno messo i cittadini: all’opposizione”, ribadisce il segretario, che lancia la sfida: “Se qualcuno del nostro partito la pensa diversamente, lo dica in direzione lunedì prossimo o nei gruppi parlamentari. Senza astio, senza insulti, senza polemiche: chi vuole portare il PD a sostenere le destre o il Cinque Stelle lo dica. Personalmente penso che sarebbe un clamoroso e tragico errore. Ma quei dirigenti che chiedono collegialità hanno i luoghi e gli spazi per discutere democraticamente di tutto”.

Tra questi ci sarebbe anche Dario Franceschini. Secondo un retroscena pubblicato da La Repubblica, il segretario avrebbe detto ai fedelissimi che il ministro della Cultura, insieme ad altri, “lavoravano all’accordo con i grillini“, un “comitato di salute pubblica” di cui farebbe parte anche Luigi Zanda che aveva “già stretto un patto con i cinquestelle per promuovere alla Presidenza del Senato proprio Zanda”. Manovra di fronte alla quale “il segretario giura di essersi messo di traverso”.

Una ricostruzione che Franceschini smentisce categoricamente: “Non ho mai pensato sia possibile fare un governo con M5s e tantomeno con la destra – scrive su Facebook il ministro  – Sufficientemente chiaro? Non trovo nemmeno traccia nel Pd di qualcuno che abbia in mente di farlo, quindi sono inutili polemiche o velenosi depistaggi mediatici“. “Abbiamo perso le elezioni e quindi l’unica strada giusta e possibile è andare all’opposizione. Nel Pd siamo e saremo tutti d’accordo su questo. Ma dovremo ragionare di errori compiuti e delle strade” per “rifondare Pd e nostro campo”. “In generale, ma soprattutto nei momenti più difficili, bisognerebbe non avere fretta e riflettere molto, prima di parlare e decidere. E’ quello che io ho sempre cercato di fare e che avrei voluto fare anche in questi giorni. Mi trovo costretto invece a intervenire per smentire cose assurde che ho letto sui giornali”.

“C’è un pezzo del gruppo dirigente del nostro partito che non si rassegna a stare laddove deciso dagli elettori, e cioè all’opposizione”, commenta Matteo Orfini. Tra questi c’è Michele Emiliano: “Il paese non ha possibilità di attendere lunghe trattative – ha detto il presidente della Regione Puglia e leader di Fronte democratico parlando con i giornalisti oggi a margine di un incontro e ribadendo quanto dichiarato al Fatto Quotidiano – si deve sapere subito che il Pd sosterrà lo sforzo di governo del M5s, augurandoci che il presidente delle Repubblica, incoraggiato da una disponibilità da parte nostra, possa pensare che sia il M5s il partito che ha maggiori probabilità di comporre un governo. E di cominciare il governo del Paese”.

Mentre nelle alte sfere la battaglia si combatte a suon di dichiarazioni e in serata Calenda fa sapere di non volersi candidare alla segreteria per non “essere in nessun caso un ulteriore elemento di divisione o personalizzazione”, la scossa provocata dalla débacle elettorale si propaga ai livelli inferiori della gerarchia dove si registrano le prime dimissioni. La lettera che fa più rumore è quella di Debora Serracchiani: “Alla luce del risultato delle elezioni, per senso di responsabilità nei confronti di tutta la comunità del partito, ho preso la decisione di dimettermi dalla Segreteria nazionale del Pd”, scrive la presidente del Friuli Venezia Giulia. “Oggi stesso – ha aggiunto – farò pervenire al segretario nazionale la lettera formale con cui comunico un atto che reputo doveroso e improrogabile“.

Al seguito della Serracchiani molla anche la segretaria regionale: “Ho deciso di dimettermi”, ha annunciato Antonella Grim. Si tratta di una decisione “irrevocabile” e di “una scelta personale”, ma “il mio impegno in politica continua”. Le dimissioni “verranno formalizzate venerdì in direzione convocata appositamente venerdì a Udine”.

La classifica delle dimissioni più rumorose della giornata vede al secondo posto quelle di Assunta Tartaglione: la segretaria del Pd in Campania ha annunciato il passo indietro nel corso della segreteria regionale tenuta a Napoli. La decisione, hanno fatto sapere fonti interne, è state motivata dal flop del partito nella regione, travolta dalla valanga del Movimento 5 Stelle che ha eletto 60 parlamentari e dal risultato personale della tartaglione: candidata in tre collegi plurinominali, la segretaria dimissionaria è finita sempre in seconda posizione dietro Del Basso De Caro, Topo e Migliore e non è stata rieletta.

Annuncia le dimissioni anche il segretario regionale del Pd Marche, Francesco Comi, dopo la debacle del partito, superato da M5s, con la clamorosa sconfitta del ministro dell’Interno Marco Minniti e che, stando alle prime notizie sulla ripartizione della quota proporzionale, finirà per avere meno parlamentari del centrodestra. “È mia intenzione – si legge in una nota – parallelamente al percorso indicato dal segretario nazionale che con determinazione ha annunciato l’apertura di una fase nuova prevedendo anche le sue dimissioni, convocare assemblea e direzione regionale, dove mi presenterò dimissionario, per preparare al meglio la nuova fase, un nuovo segretario e rafforzare il governo regionale ed il partito su tutto il territorio”. Il dato è politico ed è evidente – ha sottolineato Comi – soprattutto a Pesaro, la nostra roccaforte, dove il nostro miglior ministro Minniti ha perso contro un ‘non candidato‘ espulso dal suo stesso partito alla vigilia del voto”.

Lascia l’incarico anche il segretario umbro Giacomo Leonelli. L’annuncio è arrivato nel corso di una conferenza stampa dopo la sconfitta delle politiche, nelle quali il partito ha perso in tutti i collegi uninominali di Camera, per la quale lui stesso era candidato a Perugia, e Senato. “Mi dimetto – ha detto Leonelli – per tre motivi. Per dare un segnale a militanti e simpatizzanti perché vedere l’Umbria blu per loro è un colpo al cuore. Lo faccio poi per fare una valutazione franca senza retro pensieri e tatticismi ma anche per fare un ragionamento sull’Umbria visto che ci sono scadenze importanti per Comune e Regione”.

La fotografia del momento la scatta Rosario Crocetta: “Non ci saranno ultimi giapponesi a sostenere Renzi – è l’analisi dell’ex governatore della Sicilia – il giglio magico era fatto da opportunisti che hanno fatto fare a Renzi scelte sbagliate. Uomini e donne che hanno utilizzato come un Taxi il segretario. Chi non ha avuto il coraggio di criticarlo prima abbia l’onesta di portare il viatico della consolazione allo sconfitto”. “Invece vedremo la schiera dei clienti pronti a riposizionarsi – aggiunge ancora Crocetta – chi non ha avuto il coraggio di criticarlo da potente, non lo può’ fare nella sconfitta! Il diritto di critica spetta a coloro che in questi anni, inascoltati, avevano avvertito il segretario, persino per il suo bene. Gli opportunisti tacciano per dignità”.