Il 4 marzo si avvicina e la campagna elettorale si infiamma, anche – o forse soprattutto – online. Ma internet è davvero in grado di condizionare il risultato elettorale? Negli Stati Uniti, dopo una serie di esperimenti durata anni, il professor Robert Epstein dell’American Institute for Behavioral Research and Technology ha stimato il solo Google può influenzare un quarto dell’elettorato, a seconda della quantità di notizie positive o negative su un certo candidato restituite dal motore di ricerca. Ma questo è solo un aspetto. Chi ha Gmail o servizi simili e account sui vari social network regala alla rete una mole di dati che, se opportunamente trattati, ne fanno il bersaglio perfetto per messaggi elettorali mirati e massimamente efficaci. Allora, dati alla mano, quanto pesa internet sul voto, anche da noi in Italia? E’ il tema di un’inchiesta di FqMillenniuM, il mensile diretto da Peter Gomez, attualmente in edicola con un numero tutto dedicato al dietro le quinte della campagna elettorale, compresa un’inchiesta sotto copertura di due giornalisti finti lobbisti nelle stanze del Parlamento.

FqMillennium racconta fra l’altro la storia di Alexander James Ashburner Nix, ceo di Cambridge Analytica, società specializzata in big data, che si intesta il merito – se tale si può definire – di aver fatto vincere Donald Trump nella corsa presidenziale degli Stati Uniti, contro tutti i pronostici e forse persino il buon senso. Come? Cambridge Analytica ha profilato e targetizzato 220 milioni di americani, cioè tutti gli adulti con diritto di presentarsi alle urne: censo, orientamento politico, propensione al voto, acquisti, comportamenti. Tutto raccolto e organizzato in grandi database. I messaggi politici da sottoporre, a quel punto, sono massimamente mirate: nel tuo quartiere le fogne non vanno? Colpa del governatore democratico. Sono aumentati i furti? Lottiamo per il tuo diritto ad avere armi. E via così. Attraverso lo studio psicometrico di cinque tratti fondamentali degli elettori, ricostruiti attraverso la raccolta di quanti più dati possibili su ciascuno di essi, Nix sostiene di essere in grado di dire non solo chi siamo, ma anche cosa ci può cambiare e smuovere.

Nix e la sua azienda hanno storie controverse, approfondite nell’inchiesta del mensile: compaiono in elezioni calde, come la Brexit, hanno finanziatori e management tra gli ultraconservatori (un nome per tutti: Steve Bannon) e la controllante Strategic Communication Laboratories dalla metà degli anni Duemila sviluppa una serie di programmi per la Difesa che vanno dalla “guerriglia psicologica” alla “presa di possesso temporanea dei mezzi di comunicazione”, in scenari degni di James Bond. Nel 2014 l’azienda ha approcciato un brillante ricercatore di Cambridge, Michal Kosinski, che sosteneva di poter descrivere un individuo grazie alla sommatoria di una settantina di like con una precisione tra il 75 e l’85%. Orientamento sessuale, politico, propensione al consumo, patologie mediche di base.

E in Italia? Al netto di una legislazione sulla privacy che da noi è più restrittiva, le potenzialità per importare questi metodi ci sono tutte, compresa la disponibilità di dati, se pensiamo che il monopolio di Google tocca le attività online di 39,1 milioni di persone, mentre gli utenti dei social sono 31 milioni. Quello che manca sono i soldi, dato che la casse dei partiti languono, specie dopo la fine del finanziamento pubblico. Lo sforzo di Cambridge Analytica per Trump è costato 15 milioni di dollari, all’interno di una struttura da 400 milioni.

“Fino alle scorse regionali”, ha spiegato a Fq MillenniuM il sondaggista Roberto Weber di Ixè “i partiti potevano contare su circa quattro euro per ogni singolo voto. Oggi quelle cifre non ci sono più”. Tanto che persino il politico più liquido d’Italia, Silvio Berlusconi, ha risolto il problema affidando i social a Dj Francesco.

L’inchiesta completa su FqMillenniuM di febbraio, attualmente in edicola