Per chi ha seguito le vicende dell’universo carcerario italiano degli ultimi decenni, oggi è la vigilia di un momento storico. È fissato per oggi un Consiglio dei ministri nel quale si compirà o si vanificherà per sempre lo sforzo di centinaia di intelligenze, entusiasmi e competenze che negli ultimi tre anni sono state al servizio della riforma del sistema penitenziario.

Era il 2013 quando la Corte europea dei Diritti dell’Uomo ha condannato l’Italia per i trattamenti inumani e degradanti subiti dai detenuti. Il governo è intervenuto con provvedimenti di necessità e urgenza per tamponare la situazione. Ha poi intrapreso una via maggiormente organica per adeguare la vita nelle carceri italiane a standard più elevati di rispetto della dignità umana e di reintegrazione sociale, adoperandosi per riscrivere quell’ordinamento penitenziario che data ormai a 43 anni fa. Dal maggio del 2015 e per un anno e mezzo, circa duecento persone tra magistrati, avvocati, operatori penitenziari, accademici, volontari hanno lavorato a scrivere i principi ispiratori di una nuova legge, durante quegli Stati Generali dell’esecuzione penale voluti dal ministro della Giustizia Andrea Orlando. Un nuovo modello di pena, che non lasciasse indietro l’Italia rispetto a Paesi più capaci di guardare a un vero recupero sociale. Il quale, vuoi o non vuoi, non è solo dettato dalla nostra Carta Costituzionale ma è anche conveniente per ogni cittadino, perfino quello che più vorrebbe pugno di ferro, punizioni inflessibili e buttate vie le chiavi.

Dopo un anno e mezzo di lavoro, ottenuta nel giugno scorso dal Parlamento una delega per effettuare la riforma, il governo ha messo in piedi quattro commissioni ministeriali, anch’esse composte da persone a vario titolo grandemente esperte di sistema penale e penitenziario, per lavorare all’articolato concreto della legge. Il resto è storia d’oggi: le commissioni hanno lavorato durante questi mesi e ci hanno traghettati a poche settimane dalle elezioni. Troppo vicino al voto, parrebbe, affinché sia facile prendersi la responsabilità politica di varare una riforma di civiltà che risulta tuttavia impopolare a troppi elettori che non ne comprendono i contenuti reali e la leggono soltanto come una concessione nei confronti dei delinquenti. Dei diversi decreti delegati che si aspettavano, uno soltanto è stato a oggi trasmesso alle Camere per un parere consultivo.

La commissione Giustizia del Senato ha invitato il governo a fare essenziali marce indietro. In particolare, non vorrebbe che il magistrato di sorveglianza disponesse della possibilità di concedere misure alternative alla detenzione a un’ampia fetta della popolazione detenuta, a seconda del reato commesso. Eppure è largamente dimostrato che le misure alternative abbattono la recidiva. Il che significa che creano sicurezza. Impedire al magistrato di ragionare caso per caso, precludergli la possibilità di valutare un trattamento individualizzato della persona condannata più consono alla singola situazione, significa aumentare l’insicurezza delle nostre città.

Oggi è un giorno topico per chiunque abbia seguito le sorti delle galere italiane da molti anni in qua. Anni di lavoro, di energie umane al servizio di un principio costituzionale, di speranze per chi crede in una giustizia più equa e più utile, rischiano di finire in una bolla di sapone. La prossima occasione concreta di riforma l’avremo forse tra altri quarant’anni.

Questo non deve accadere. Domani il ministro Orlando deve portare in Consiglio dei ministri tutti i decreti usciti da questi mesi di lavoro, non solo l’unico che a oggi ha ufficialmente visto la luce. Il premier Paolo Gentiloni deve supportare Orlando nel far votare i decreti dal CdM. La riforma deve contenere norme specifiche per le carceri minorili, il superamento delle misure di sicurezza detentive, la possibilità per i detenuti di avere una vita sessuale (sì, anche i detenuti fanno sesso, e visto che non c’entra niente con la pena della reclusione che hanno ricevuto, ne hanno tutto il diritto, come accade in tanti altri Paesi europei). Che il governo li voti, senza accettare le condizioni restrittive uscite dal Senato. I tempi ancora ci sono. Se non lo farà, l’intero mondo della giustizia italiana ricorderà la giornata di oggi come la giornata del fallimento.

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