“La scuola è aperta a tutti”: il primo comma dell’art. 34 della Carta costituzionale esprime con nettezza il principio forse più alto che i costituenti conferirono al modello di scuola pensato per l’Italia repubblicana. Non è difficile spiegarlo; soprattutto, esso è stato talmente compreso dalla legislazione seguente, che la scuola pubblica italiana è la sola, tra quelle dell’Ue, senza classi o scuole speciali. L’unico primato che andrebbe ribadito quando l’Europa bussa alla nostra porta e parrebbe chiederci (il condizionale è d’obbligo, considerando lo zelo dei nostri governi, che spesso anticipa i desiderata dei nostri unici padroni) di allontanarci dal dettato costituzionale e avvicinarci a quello della Troika.

È quindi inquietante leggere un articolo apparso su Repubblica.it l’8 febbraio scorso. Quanto emerge da ciò che il nuovo linguaggio ministeriale, a sua volta coniato in funzione dei diktat europei, chiama il Rapporto di autovalutazione (Rav) di tanti licei “bene” italiani. L’esempio più eclatante è quello del Liceo classico Visconti, vicino a piazza Montecitorio: “Le famiglie che scelgono il liceo sono di estrazione medio- alto borghese, per lo più residenti in centro, ma anche provenienti da quartieri diversi, richiamati dalla fama del liceo. Tutti, tranne un paio, gli studenti sono di nazionalità italiana e nessuno è diversamente abile. La percentuale di alunni svantaggiati per condizione familiare è pressoché inesistente, mentre si riscontra un leggero incremento dei casi di Disturbi specifici dell’apprendimento (Dsa)”. Un vero e proprio proclama eugenetico, che consente alla scuola di selezionare l’“utenza” (sic!) in base alla provenienza non solo sociale, ma anche etnica, con corredo di cromosomi e stato di salute ineccepibili. Tutto ciò, peraltro, in una fantasiosa e inaudita elaborazione pedagogica, “favorisce il processo di apprendimento”.

Davanti ad affermazioni così gravi, a nulla servono le rassicurazioni della dirigente scolastica, Clara Rech, che – come si apprende dall’articolo di Repubblica – si è appellata allo scarso numero di battute a disposizione. Analogamente inutile l’indignazione della ministra Valeria Fedeli che – dopo aver ricordato che la scuola è “inclusiva, capace di rispettare e valorizzare le differenze” – ha promesso di scrivere all’Invalsi, “perché faccia immediatamente un attento monitoraggio dei Rav”.

Troppo poco e tardi.

I Rav sono documenti pubblici, e sono un biglietto da visita con cui magnificare il singolo istituto, nell’annuale fase di profferte ai futuri clienti, che – da quando l’autonomia scolastica ha imposto competizione – chiamiamo eufemisticamente e ipocritamente “orientamento”. Nelle parole usate ci sono una precisa responsabilità sia della dirigente sia degli estensori materiali del documento – il cosiddetto Nucleo di Valutazione – e la distrazione di organi collegiali che hanno permesso la presentazione della propria scuola con un preciso messaggio di “confortante” allontanamento dal dettato dell’art. 34 della Costituzione. Il secondo comma dell’art. 3 assegna alla Repubblica il compito di rimuovere gli ostacoli al pieno sviluppo della persona umana.

La scuola pubblica, “organo costituzionale”, è stata per decenni indirizzata a svolgere tale funzione: diversità come opportunità di crescita per tutti e tutte, confronto e “mescolanza” di provenienze sociali, culturali, geografiche, occasione di arricchimento reciproco, antidoto alla cristallizzazione delle disuguaglianze e delle marginalità, strumento di emancipazione individuale e di solidarietà sociale. È stata, cioè, strumento dell’interesse generale e non offerta a domanda individuale.

Le responsabilità vanno sanzionate; davanti all’intendimento di sabotare la scuola della Repubblica per indulgere a richieste elitarie di scrematura e selezione (accoglibili solo nella scuola privata), di svilirne la funzione costituzionale e di subordinarla alle esigenze e ai capricci del mercato e del consumatore, chi ha sbagliato paghi!

Il mostro si aggira nelle nostre vite quotidiane e può colpire duro, anche se ha l’aspetto suadente e rassicurante del patinato sito del Miur. Nei giorni dei fatti di Macerata, la rassicurante pratica dei licei “chic” di varie città italiane – qui tutto a posto: non ci sono “diversi”; i vostri figli, similes cum similibus, avranno ciò che meritano (no migranti, no disabili) e così potranno meglio apprendere – non deve essere assolutamente sottovalutata.

C’è un rischio di colpevole assuefazione: perdita di umanità, logica di prevaricazione. Quanto tutto ciò ha già investito il luogo di acquisizione della cittadinanza critica, consapevole e rispettosa dei diritti di tutti e tutte? Poco importa se autovalutazione e “orientamento” di un’istituzione scolastica passano attraverso la pubblicizzazione dell’assenza di studenti migranti e disabili per acquiescenza a logiche mercatili o per disattenzione verso diritti della persona umana. Sdoganare la liceità della presunzione di un privilegio o di una superiorità – acquisiti per censo, salute, origine geografica – è un passo verso la barbarie che non vorremmo incoraggiato proprio dalla scuola pubblica.

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