Con la spada di Damocle del Russiagate che continua a pendere sulla sua testa, Donald Trump prosegue nella sua personale battaglia contro il Federal Bureau of Investigation: “La leadership al vertice dell’Fbi, gli investigatori e il Dipartimento della Giustizia hanno politicizzato il sacro processo investigativo a favore dei democratici e contro i repubblicani. Una cosa che sarebbe stata impensabile fino a poco tempo fa”, attacca il presidente su Twitter con chiaro riferimento al “memo Nunes“, il documento redatto dai membri del Grand Old Party alla Camera che conterrebbe accuse relative all’operato della polizia federale e alla cui diffusione il tycoon ha dato disco verde.

Il documento di quattro pagine, stilato dallo staff di Devin Nunes, presidente repubblicano della commissione Intelligence alla Camera, rivelerebbe un abuso di potere da parte di Fbi e dipartimento di Giustizia nella sorveglianza di un membro dello staff di campagna elettorale di Trump, nel 2016, in relazione a legami con la Russia. Si tratta di Carter Page, che era consigliere per la politica estera dello staff elettorale repubblicano.

Mercoledì il Bureau, in un’insolita dichiarazione pubblica, ha espresso “gravi preoccupazioni per le concrete omissioni di fatti che hanno un fondamentale impatto sull’accuratezza del memo”. La dichiarazione non era firmata, ma non avrebbe potuto essere diffusa senza l’assenso del direttore. Wray ha tenuto un basso profilo, da quando ha sostituito il predecessore James Comey silurato da Trump, considerato da quest’ultimo parziale nell’inchiesta sulle presunte interferenze russe nelle elezioni del 2016 e sulle eventuali collusioni tra lo staff del repubblicano e Mosca.

Il presidente tira dritto, convinto di poter urlare con maggiore convinzione che l’inchiesta è solo una gigantesca “caccia alle streghe”. Il tweet odierno, che riserva elogi solo agli “straordinari” funzionari ordinari, è l’ennesimo siluro ai vertici del Bureau, all’epoca dell’indagine guidato da Comey. Nel mirino non c’è solo l’indagine sui legami tra l’entourage del candidato Trump e la Russia. C’è anche e soprattutto la figura di Rod Rosenstein, viceministro della Giustizia, che supervisiona il lavoro di Mueller. Il cinguettio mattutino del presidente, del resto, chiama direttamente in causa anche “the Justice Department”.

Minare la credibilità dell’indagine significa colpire Rosenstein e, in teoria, creare le basi per cambiamenti radicali all’interno del Dipartimento di Giustizia. “Il presidente cerca una ragione per licenziare Bob Mueller. Il presidente cerca una ragione per licenziare Rod Rosenstein. La Casa Bianca sa che si troverebbe nella bufera se licenziasse Mueller. E’ più efficace cacciare il capo di Mueller”, ha detto . Adam B. Schiff, deputato democratico della California, lo stesso stato di Nunes.

L’intervento a gamba testa contro Fbi e Dipartimento di Giustizia non ha esaurito l’offensiva di Trump a colpi di tweet. Il presidente ha citato testualmente le parole di Tom Fitton, presidente di Judicial Watch, fondazione di orientamento conservatore: “Hillary Clinton e il Partito democratico hanno cercato di occultare il fatto che hanno dato denaro a GPS Fusion per creare un dossier usato dai loro alleati nell’amministrazione Obama per indurre una Corte, in maniera scorretta, a spiare il team di Trump”.

Da quando è stato informato sull’esistenza e sul contenuto del documento, in una telefonata del 18 gennaio, Trump ha premuto sull’acceleratore per arrivare alla diffusione del testo. “Non c’è mai stata nessuna esitazione”, ha detto, come riferisce il Washington Post, un consigliere del presidente. “E’ stato risoluto sul tema. Non si sarebbe fatto convincere del contrario”. Risultato: vuole il memo ”out”, a disposizione di tutti. Il memo, in realtà, sarebbe meno esplosivo di quanto suggerito inizialmente al presidente, che ha preso visione diretta dei fogli mercoledì pomeriggio. Inutile la moral suasion attuata da alcuni esponenti repubblicani, che hanno evidenziato i rischi legati alla diffusione.

Un’altra testa che potrebbe cadere è quella di Christopher Wray. Scelto sei mesi fa da Trump, Wray si trova però ora anche lui in rotta di collisione con il magnate, che nel suo primo anno alla Casa Bianca ha già rimosso un suo predecessore. Secondo alcuni media, Wray potrebbe dimettersi se Trump approvasse, come previsto, la pubblicazione del memo. Un funzionario di alto rango della Casa Bianca, infatti, giovedì ha confermato che il documento sarà reso pubblico, forse già oggi.