Adesso che siamo in campagna elettorale si vivono le sensazioni che un bambino prova in prossimità del Natale. Se un piccino sogna sempre di trovare qualcosa di bello accanto al presepe o sotto l’albero, i cittadini più adulti si augurano di ricevere non straordinari doni ma semplicemente quanto dovuto da chi si assume la responsabilità e l’onere di governare.

Sono tante e forse troppe le cose che ci si aspetta, al punto che è difficile stabilirne una lista senza provare l’imbarazzo del da dove cominciare. Anch’io mi aspetto un impegno serio su vari fronti e come tutti non so come stilare una graduatoria di priorità.

Il mio impaccio è stato sbloccato da una telefonata ricevuta domenica sera. Una faccenda di lavoro. A chiamarmi era l’avvocato Giuseppe Di Peri da Palermo. Doveva darmi una cattiva notizia.

Mi aveva mandato una e-mail venerdì per annunciarmi che il Presidente del collegio giudicante in un procedimento in cui ero consulente tecnico andava in pensione e quindi – complice anche il contestuale trasferimento di un giudice a latere – il già datato processo era inevitabilmente destinato a ripartire da zero. Per la seconda volta. Sempre per analoghi motivi.

In Tribunale a rispondere di accuse infamanti c’era una meticolosa dirigente della Regione Sicilia, cui erano stati attribuiti cospicui bonifici a favore di altri dipendenti dell’ente pubblico. Una storia di mandati elettronici, di procedure di autorizzazione, di smart card custodite in cassaforte: una vicenda apparentemente complessa che riconduceva enormi colpe sulla diligente funzionaria.

Peccato che quei bonifici fossero avvenuti quando la donna non era in servizio e persino quando la stessa era ormai in pensione. Peccato che quella smart card (di cui la dirigente era assegnataria) fosse custodita in una cassaforte le cui chiavi e combinazioni probabilmente non erano nella sua esclusiva disponibilità e che quel potentissimo pezzo di plastica non fosse stato disattivato al momento del passaggio in quiescenza della sua titolare. Peccato che la “truffatrice” non abbia avuto modo di difendersi, di provare le presumibili falle del sistema e la sua estraneità.

La paura che tutto finisse in prescrizione e la terrificante prospettiva di non fare in tempo a dimostrare la propria innocenza l’hanno folgorata.

Maria Concetta Cimino è morta di dolore, stroncata da un malore causato dal dover apprendere di non poter uscire a testa alta dall’incubo di questi anni, di dover attendere la terza ripartenza di un processo che forse non era destinato ad avere una conclusione, di esser destinata a finire seppellita da una immeritata decadenza.

Una storia, forse, come tante altre. Come tante altre che hanno riempito le pagine dei giornali al momento dell’arresto e sono passate inosservate al loro epilogo diverso dalla condanna. Avrei tante idee da suggerire a chi andrà al timone del Paese. Mi permetto di iniziare chiedendo una giustizia giusta, anche nel suo ciclo biologico. Perché per infliggere la pena di morte bastano ritardi e inefficienze.