di Monica Cerva*

Con la diffusione dei primi nomi dei candidati nelle liste elettorali, sia nel collegio uninominale sia per il proporzionale, sono convinta che ogni cittadino si stia formando un’opinione su quello che oggi è la politica, ma comunque avrà più di un mese per riflettere e ponderare il voto.

Scrivo da cittadina, lavoratrice in libera professione e la mia età è di 47 anni. Faccio parte di quella generazione che dopo la “gavetta”, oggi ha un’occupazione da lavoratore dipendente, con uno stipendio garantito, anche se il promesso posto fisso è sempre una mina vagante; mentre per chi ha avviato un’impresa o una professione è riuscito comunque ad affermarsi, senza pensare di diventare Paperon de’ Paperoni, ma in grado di garantire a sé ed alla propria famiglia un’esistenza dignitosa.

La mia coorte di età sta garantendo oggi, in parte le pensioni a chi ha già maturato il diritto, lo stipendio a chi ci governa, il vitalizio a chi ci ha governato, tutto un apparato di Stato sociale, per permettere a tutti di vedersi riconosciuti i diritti della nostra Carta Costituzionale. La mia riflessione, e invito i lettori a seguire i passaggi che vado ad esprimere, è un’analisi politica di quello che potrà avvenire se davvero non vi fosse un cambiamento.

Mi indigno nel sentire che vada riconosciuto a un politico uscente il posto che ha acquisito. Questo discorso si adatta bene a un’azienda privata: io titolare voglio che l’impresa si tramandi di generazione in generazione per non perdere le conoscenze (know-how, rapporti commerciali, etc.), ma non ammetto lo stesso principio in politica per la gestione della res publica.

Mi indigno nell’ascoltare che nell’elenco dei candidati ci sono nomi di figli, coniugi di politici o ex politici che saprebbero di non avere seguito elettorale, ma vogliono garantire ai loro prossimi una “collocazione” lavorativa. Ciascuno di essi dovrebbe svolgere un lavoro o professione e non far diventare l’impegno parlamentare il lavoro stesso. Dove si riconosce l’uguaglianza formale e sostanziale, tanto declamato da tutti in questi giorni, dell’articolo 3 della Costituzione? Quale è la ragione (se non economica) di posizionare il familiare nelle liste, peraltro con sicurezza di possibile poltrona?

Mi indigno nel leggere che i politici uscenti, nella prossima legislatura, miglioreranno le condizioni lavorative, fiscali, sociali, l’ordinamento giudiziario, mettendo mano a tutta una serie di leggi affinché il fisco sia più equo, aumentino i posti e le garanzie sul lavoro, si riduca la soglia di povertà delle famiglie ed il carico giudiziario sia alleggerito, ma in cinque anni cosa hanno concluso? Aumento della tassazione, incremento della burocrazia, posti di lavoro più precari, tagli da ogni parte nel settore del welfare, giustizia ormai al collasso. Semmai, l’elettore conferma i parlamentari che hanno avviato una politica rivolta al miglioramento, non essendoci la necessità di sottolineare quanto fatto, perché è sotto gli occhi di tutti.

Mi indigno nel venire a conoscenza che un paese rivolto ai giovani, pochissimi siano i candidati sotto i 40 anni, anzi si confermano persone che con tutto rispetto, hanno già dato alla politica e che potrebbero lasciare spazio ad energie nuove.

Mi indigno, infine, quando sento che votare per il cambiamento significa fare un salto nel vuoto, ma chi ha governato prima questo vuoto non ha saputo riempirlo.

* Consulente finanziario freelance