Il piano di concordato per Atac spa, la società romana dei trasporti, è pronto per essere consegnato, entro venerdì, ai giudici del Tribunale fallimentare. Al termine di un vero e proprio tour de force fra approvazione Giunta, recepimento dei pareri tecnici, passaggio in Commissione congiunta Bilancio e Mobilità, Assemblea dei Soci, la delibera mandataria ha ricevuto anche l’ok dell’Assemblea Capitolina, autorizzando l’azienda a procedere con il piano messo a punto con la consulenza dell’advisor Ernest & Young. Con il provvedimento approvato dal Campidoglio, si impegnano anche la Giunta capitolina e l’azienda a recepire, in un secondo momento, le obiezioni avanzate dalla Ragioneria Generale e dal Segretariato Generale. L’obiettivo è risanare l’azienda affossata da un debito monstre di 1,4 miliardi. “È evidente che il rilancio dell’Atac è un percorso difficile e che richiede tempo, ma queste delibere dimostrano che questa amministrazione non ha paura a percorrerlo”, ha spiegato l’assessore capitolino alle Partecipate, Alessandro Gennaro, in sede di esposizione del provvedimento.

IL 31% DEI DEBITI RIMBORSATI ENTRO 3 ANNI
Il “Regolamento degli strumenti partecipativi”, allegato alla delibera, arriva a prevedere per tutti i creditori un rimborso anche del 100% delle somme attese ma, qualora questa eventualità si verifichi, ci vorranno decenni. Quel che è certo è che, entro il 2021, Atac dovrà ovviamente rimborsare l’intero importo (155 milioni) ai creditori privilegiati, mentre ai chirografari (gran parte dei fornitori) sarà versata una quota pari al 31% delle somme spettanti. Dal 2022 inizierà la seconda fase definita “primo riparto”, in cui entrerà in gioco anche il Comune di Roma – che vanta con Atac crediti per circa 450 milioni di euro – con i creditori che potranno partecipare agli utili dell’azienda fino a raggiungere un importo totale rimborsa pari al 61% del proprio credito. A quel punto – ma ci troveremo intorno al 2030 – una parte dei creditori potrà continuare a incassare dividendi fino a vedersi rimborsato il 100% dell’importo atteso. Secondo una proiezione di massima (e assolutamente indicativa) contenuta nel piano, l’ultimo euro degli 1,4 miliardi di debito potrebbe essere restituito nel 2056, dunque fra 38 anni. “Si tratta di un piano definito fino al 2021 – spiega Stefano Fassina, ex viceministro all’Economia e consigliere di Sinistra Italiana-Leu – mentre sarà difficile capire cosa accadrà dal 2022, quando scadrà il contratto in-house con Roma Capitale. Tutto ciò considerando che alcuni contratti di servizio, come la gestione della Roma-Lido e della Roma-Viterbo, scadono il prossimo anno e non sono stati rinnovati dalla Regione Lazio”.

POLEMICHE PER IL “VOTO AL BUIO”
Ha fatto molto discutere la decisione dell’amministrazione capitolina di tenere segreto il piano di concordato vero e proprio, permettendo ai consiglieri di opposizione di “sfogliarlo” soltanto e senza nemmeno un ausilio tecnico. “Io l’ho potuto vedere solo un paio di ore stamattina – ha spiegato ancora Fassina nel pomeriggio – peraltro in maniera imbarazzante perché ero osservato a vista, forse pensavano che lo rubassi. In due ore un piano non è digeribile, non vedo perché non possa essere dato ai consiglieri dal momento che è stato approvato e sarà pubblico”. Anche nei pareri presentati dai vari uffici – Ragioneria, Segretariato e Dipartimento Mobilità – chi firma gli atti sottolinea sempre “la tempistica ristretta con cui si sono dovute studiare le carte”. In fondo, tutti i consiglieri, sia di maggioranza che di opposizione, con il loro voto in Aula si prendono una responsabilità contabile contestabile anche dalla Corte dei Conti. Ha provato a dare una spiegazione l’assessore capitolino al Bilancio, Gianni Lemmetti: “La proposta concordataria con le percentuali previste, ovvero l’accordo che il debitore fa con i propri creditori, può essere resa pubblica dopo il deposito in cancelleria del tribunale. In quel momento diventa un atto pubblico e può essere oggetto di qualsiasi presentazione. Da codice civile i soci hanno diritto di visionare ma non farne copia. Non c’è nessuna volontà politica di estromettere alcuno, ci siamo solo attenuti alle norme”. Alla fine, il Partito democratico ha deciso, attraverso la sua capogruppo Michela Di Biase, di non partecipare al voto in Aula Giulio Cesare.