Indaga per omicidio colposo plurimo e lesioni colpose la Procura di Milano per la morte du Marco Santamaria, Arrigo BarbieriGiuseppe Setzu a causa delle esalazioni di azoto mentre stavano eseguendo una manutenzione in un forno interrato della Lamina, l’azienda dove lavoravano, nel quartiere Greco a Milano. L’unico sopravvissuto è Giancarlo Barbieri, di 62 anni, fratello di Arrigo, che è ricoverato in condizioni disperate. Migliorano invece quelle degli altri due colleghi che per primi hanno dato l’allarme e sono rimasti anche loro intossicati in misura meno grave nel tentativo di salvare gli altri lavoratori. L’azienda specializzata nella lavorazione di acciaio e titanio si trova ora sotto sequestro.  Sul posto ieri ha eseguito personalmente un sopralluogo il procuratore aggiunto Tiziana Siciliano. Sotto accusa c’è il sistema di allarme della fabbrica, che non avrebbe funzionato. Il sindaco di Milano, Giuseppe Sala, ha fatto sapere che proclamerà il lutto cittadino.

Le indagini – Come atto dovuto, per il sequestro della fabbrica e per gli accertamenti che serviranno a far luce sull’accaduto, verranno iscritti nel registro degli indagati il responsabile legale dell’azienda e probabilmente altre figure, come i responsabili della sicurezza. Il nucleo NBCR (Nucleare, biologico, chimico e radiologico) dei vigili del fuoco ha fatto alcune rilevazioni per analizzare i gas presenti nel vano dove è avvenuto l’incidente.

Le indagini del pubblico ministero Gaetano Ruta si stanno concentrando sui dispositivi di allarme della Lamina, per capire come mai non sia scattato subito l’allarme. Probabilmente, non hanno funzionato i sensori che segnalano la fuoriuscita di monossido di carbonio e azoto. I carabinieri della compagnia di Milano Porta Monforte stanno lavorando con il personale dell’Ast per capire se ci siano stati errori umani o si sia trattato di un problema della strumentazione. Nella ditta erano in corso controlli di manutenzione e i dipendenti hanno riferito che l’azienda è sempre stata molto attenta all’aspetto sicurezza.

Restano ancora da accertare le cause dell’incidente: chi era lì parla di “un’operazione di routine” e non riesce a spiegarsi cosa sia andato storto. “Un mio collega ha gridato perché ha visto un uomo a terra. Io, seguendo la procedura, sono uscito fuori per aspettare i soccorsi” ha riferito Pasquale Arcamone, uno degli operai. “Sono in questa azienda da 28 anni – ha aggiunto – e non è mai successo nulla. L’azienda è sempre stata attenta alla salute, non capisco come sia potuto accadere. Un mese fa hanno fatto anche i controlli ai sensori. Ma non è suonato nessun allarme. Il nostro titolare è molto attento alla sicurezza. Se qualcuno non indossa le protezioni prende un euro di multa che poi va in beneficenza”.

Le polemiche sui soccorsi – “I soccorsi ci hanno messo un casino di tempo, ho le telefonate a dimostrarlo”, a lanciare la pesante accusa è un collega delle vittime, Pasquale. “Doveva essere un lavoro semplicissimo. Quello che è successo non lo so, non c’era nessun odore, non lavoriamo con veleni o materiale pericoloso”.  “È un’azienda che ha sempre rispettato tutte le norme di sicurezza”, aggiunge l’operaio che è anche un sindacalista all’interno della ditta. “Ho visto il collega a terra e ho chiamato i soccorsi ma erano già stati avvisati da tempo”, ha aggiunto.

Accuse subito smentite dalle registrazioni delle chiamate del 118La chiamata al numero unico di soccorso che segnalava l’incidente risale alle 16.49 e il passaggio della telefonata alla sala operativa è delle 16.50. La prima ambulanza (della croce verde Pioltello) è arrivata sul posto alle 16.58, quindi 8 minuti dopo. “Abbiamo letto una testimonianza errata rispetto ai tempi di soccorso dell’evento di ieri in via Rho a Milano – spiegano dal 118 – La testimonianza parla di ‘soccorsi arrivati in ritardo’. In realtà, e come sempre le nostre affermazioni sono sostenute dalle registrazioni, è difficile, anzi impossibile, sostenere presunti ritardi di intervento” anche se è “noto (ancorché comprensibile) che il tempo percepito dall’utente non coincide con la realtà”.

La ricostruzione – Siamo in via Rho, nel quartiere Greco di Milano, periferia nord della città. Sono le 16.30, gli operai hanno finito il turno da mezz’ora ma sono ancora al lavoro perché nella Lamina sono in corso dei lavori di manutenzione. “Stavamo facendo lo straordinario”, racconta uno di loro con le lacrime agli occhi. Due lavoratori scendono all’interno della vasca dove viene riscaldato l’alluminio, che poi deve essere lavorato e tagliato. Si tratta di un spazio interrato con un’area di circa 4 metri e profonda 2. Ad un certo punto però succede qualcosa.

L’allarme non suona ma si sentono delle grida, qualcuno chiede aiuto e ordina di mettere le maschere antigas. Il primo ad accorrere è Giancarlo Barbieri, fratello maggiore di Arrigo, che scende nel forno ma accusa subito anche lui un malore.  Nel frattempo, tutti gli altri operai si accorgono della situazione e chiamano i soccorsi. Alle 16.50 arriva la chiamata al 118, otto minuti dopo le ambulanze sono sul posto: al loro arrivo i soccorritori trovano quattro persone in arresto cardiocircolatorio sul fondo del forno. Sono Marco Santamaria, elettricista di 43 anni, che morirà pochi minuti dopo il ricovero al Sacco. Un destino che toccherà anche Arrigo Barbieri, responsabile di produzione di 58 anni, e Giuseppe Setzu, operaio di 49, deceduti in serata. L’unico a rimanere in vita è Giancarlo Barbieri, attaccato alla macchina della circolazione extracorporea nel reparto di Terapia intensiva del San Raffaele. Ricoverati alla clinica Città Studi e ritenuti fuori pericolo sono, invece, Alfondo Giocondo (48 anni) e Costantino Giampiero, 45, anche loro accorsi subito per prestare soccorso.

Ora che la fabbrica è sotto sequestro, i dipendenti della Lamina, ancora sotto choc per l’accaduto, si dicono preoccupati per il futuro. “Aspettiamo notizie dai rappresentanti sindacali, che ci dicano cosa fare. Speriamo che l’ingegnere tenga aperto. Qui c’è tanto lavoro e si lavora bene”, ha spiegato Vito, uno degli operai storici dell’azienda di via Rho, a Milano. “Essendo sotto sequestro per il momento non si sa nulla. Sarà lunga, speriamo nella cassa integrazione. Abbiamo tutti famiglie e mogli e che facciamo se chiude?”, si chiede Vito. “Di noi ci si interessa solo quando muore qualcuno – continua – questa è una delle poche aziende che resistono a Milano, anzi a volte si rifiutano anche ordini perché non ci sono abbastanza macchine per farli”.