Una perizia sulla grafia della poesia “In morte di un’amica”. A sorpresa il sostituto pg di Milano Gemma Gualdi, nel processo che vede Stefano Binda imputato per l’omicidio della studentessa Lidia Macchi, ha chiesto una serie di attività istruttorie compresa una perizia grafologica sui versi attribuiti dall’accusa a Binda e dai consulenti della difesa a un’altra persona. “Servirà a dirimere definitivamente le divergenze” sulla paternità dello scritto secondo il sostituto pg che disporrà una consulenza psichiatrica per verificare se “le patologie” di cui è affetto Binda “possano avere influito sul suo comportamento”. Altra consulenza genetica, sempre dell’accusa, riguarderà quattro peli trovati sulla salma della studentessa che non appartengono all’imputato. Per il sostituto pg “quelle quattro formazioni pilifere appartengono a una persona che certamente non ha nulla a che fare con il delitto” ma sono frutto di “inquinamento” da parte di chi nei giorni precedenti ai funerali, era stato nella camera ardente e aveva toccato il corpo. “Anzi – ha detto Gemma Gualdi – lancio un appello: chi ritiene di poter aver inquinato la scena, si faccia avanti così il suo Dna potrà essere comparato per stabilire a chi appartengano quei capelli”.

Binda ai giudici ha cominciato a spiegare il contenuto degli scritti che gli furono sequestrati. Alle domande dell’accusa ha spiegato che uno scritto in cui annotava: “Stefano sei fregato, potrebbero strapparti gli occhi ma quello che hai visto hai visto”, il 9 gennaio di quell’anno (il corpo della ragazza era stato trovato due giorni prima) in una pagina in cui si trovava la fotografia di Lidia “non aveva nulla a che vedere con l’omicidio” ma riguardava una sua sofferenza personale perché di fronte a un bivio: continuare a essere tossicodipendente oppure iscriversi all’Università e aderire a Comunione e Liberazione. La fotografia di Lidia, inoltre, non era “attaccata” alla pagina, come sostenuto dall’accusa, ma “vagante” nell’agenda.

Binda comunque è tornato a negare di essere l’autore di quella poesia e ha negato la paternità di alcuni scritti che furono sequestrati in camera sua (per esempio un’annotazione a una versione di greco: “Stefano è un barbaro assassino“) spiegando che spesso era solito portare con sé le sue agende e i suoi quaderni nei luoghi in cui andava e ha quindi ipotizzato che qualcun altro possa avervi scritto. Binda ha poi ribadito di non essere lontano da Varese il giorno del delitto: “Io ero in vacanza a Pragelato, ero partito il primo gennaio“, ma alla domanda del sostituto pg su chi ricordava ci fosse con lui in quella vacanza ha risposto: “Non ho ricordi attuali di chi era con me. A distanza di 30 anni – lo ha sollecitato il sostituto pg Gemma Gualdi – riesce a dirci il nome di una persona che ci assicuri che lei era a Pragelato?”. Il pm gli ha sottoposto un lungo elenco di nomi chiedendogli se li ricordava con lui, La risposta è stata puntualmente: “No”.