Io sono nato nel 1978, dieci anni dopo il terremoto del Belice. Per questione anagrafica le fotografie, qualche articolo dei giornali del tempo, libri di storia e i racconti dei miei nonni e dei miei genitori e delle loro notti passate in una macchina per scappare dalla paura e dalle scosse, violente anche a Palermo, dovevano essere gli unici ricordi. Dovevano. Ma non è cosi. Per anni le ferite del Belice sono state sotto gli occhi di tutti, a neanche un’ora di auto da Palermo. Paesi fantasma spopolati dalla miseria e dal terremoto. Morte e dolore che ricordano la terribile fragilità della nostra terra. Un memento ignorato.

Ignorato già a pochi mesi di distanza dal disastro. Quando spenti i timidi riflettori del tempo che avevano immortalato le visite di presidenti e deputati e le parole, ferme e auliche, che promettevano interventi e sviluppo, rimase solo la voce di Danilo Dolci e della sua radio libera. E gli articoli de L’Ora e della stampa di sinistra che, si sa, ama solo denigrare e polemizzare. Intanto dal Belice si scappava in Germania, in Australia, in Belgio, nel Sud America. E restavano solo paesi fantasma a ricordare che lì vivevano uomini. E con la stessa noncuranza dei soccorsi e della ricostruzione mai avviata si continuava a costruire in Sicilia. A ignorare che qui, come in poche altre parti del mondo, la terra è viva.

Cemento e cemento sui fiumi e sui movimenti franosi, cemento e cemento gettato senza criteri antisismici, spesso da ditte mafiose. Ulteriore attentato alla Sicilia. Lo ricorda in uno studio l’Istituto nazionale di geofisica e vulcanologia (Ingv) che parla degli effetti devastanti di una scossa a Messina, documento che non ha prodotto nessun intervento e neanche mobilitazione. Lo ricorda l’ordine dei geologi che annualmente invocano interventi sul patrimonio edilizio. Nel silenzio più assordante. Lo stesso silenzio che, raccontano, si avverte nei secondi dopo una scossa distruttiva. Prima delle urla e dei pianti.

Ma cosa stiamo facendo per evitare quei pianti? Nulla. Sappiamo i rischi, le università da anni producono mappe precise sui rischi, sappiamo che questa terra è a rischio. Sappiamo anche che il 60% dei nostri edifici è a rischio (stime dell’Ordine regionale dei geologi), che 4300 scuole necessitano di interventi per la sicurezza, che i nostri ospedali avrebbero bisogno di un certosino e accurato lavoro ispettivo che ne accerti la vulnerabilità. Sappiamo, soprattutto, che un intervento per la messa in sicurezza costerebbe 14 miliardi (stima Ance), una cifra. Quasi quanto quella per la ricostruzione, mai avviata, post 1968: 9,2 miliardi secondo l’ufficio studi della Camera.

Cinquant’anni dopo, il Belice continua a parlarci. Ma noi non vogliamo ascoltare.