Dopo aver sostenuto il governo Renzi tradendo il proprio padrino politico, Denis Verdini sta lavorando per costruire un’alleanza con il Pd in vista delle elezioni del prossimo 4 marzo. La notizia è stata anticipata sabato al Corriere Fiorentino e a quanto risulta al ilfattoquotidiano.it la prossima settimana sarà decisiva per stabilire modi e tempi dell’intesa. I dem non parlano, gli uomini di Beatrice Lorenzin aprono, mentre sono critici i promotori della Lista Insieme. Gli uomini di Ala, questo è certo, sembrano crederci davvero.

“Arretrati da incassare”
Lucio Barani
, uno dei più vicini a Verdini, lancia un messaggio chiaro: “La storia dirà che i governi Renzi e Gentiloni e le loro riforme sono esistite solo grazie a noi e io ne sono stato un giocatore protagonista, sono stato da Pallone d’Oro – dice il senatore a Ilfatto.it – La storia dirà che abbiamo avuto ragione noi e non i nostri avversari Bersani, Grasso, Salvini e i comici. Io sono socialista e riformista dal 1970, i comunisti Bersani e D’Alema se ne sono andati finalmente e Renzi è venuto nella mia casa. Adesso ho degli arretrati da incassare come affitto”.

Liste nel proporzionale e seggi sicuri
La strategia sarebbe questa: il gruppo parlamentare, fondato da Denis Verdini nell’estate 2015, vorrebbe presentare delle liste in quota proporzionale con il Pd così da portare alla coalizione di centrosinistra un cospicuo pacchetto di voti soprattutto in alcune regioni – come la Campania, la Puglia e la Toscana – dove gli esponenti di Ala sperano di raccogliere un po’ di preferenze. Secondo quanto previsto dal Rosatellum, infatti, anche in caso di mancato superamento della soglia di sbarramento fissata al 3% i voti delle liste che hanno raggiunto l’un per cento non andrebbero persi ma verrebbero travasati nella lista maggiore della coalizione. In cambio Ala chiederebbe al Pd alcuni seggi sicuri nelle regioni rosse come la Toscana e l’Emilia Romagna sul modello che vedrebbe Pier Ferdinando Casini candidato a Bologna, o addirittura con una candidatura all’estero. Barani racchiude le discussioni di questi giorni in una metafora: “Sono un radiologo ho fatto la radiografia al partito cambiandone il nome (in riferimento all’accordo Ala-Pri, nda), ora tocca al medico leggere la lastra e decidere cosa farne. Se questo matrimonio s’ha da fare o no va chiesto a Manzoni o a Don Abbondio”.

La contropartita: Mazzoni a Prato
L’alleanza riguarderebbe soprattutto la Toscana, terra di origine degli esponenti più in vista di Ala, in primis lo stesso Verdini. Poi Barani, originario di Aulla, il fiorentino Massimo Parisi e l’ex direttore del Giornale della Toscana Riccardo Mazzoni. E secondo il Corriere Fiorentino il più indicato per ottenere un seggio nel collegio della sua Prato è proprio Mazzoni che però ha preferito non commentare. Durante il week end, sono stati intensi gli scambi telefonici tra gli esponenti dei due gruppi e una fonte vicina ad entrambe le parti in causa conferma al ilfattoquotidiano.it che il “dialogo continuerà anche nei prossimi giorni”. Lunedì intanto si riunirà la direzione Pd e in settimana anche quella di Ala. Solo allora tutto sarà più chiaro.

Toccafondi: “Se son rose, fioriranno”
La notizia ha creato qualche malumore tra i dirigenti del Partito Democratico. Per adesso, però, la linea condivisa è quella di non commentare: “Non ne so niente”, dicono i dirigenti dem. Critici, invece, i promotori della Lista Insieme: “Quando ci verrà chiesta un’opinione declineremo l’invito ad allearci con liste che si presenterebbero alle elezioni attraverso l’uso mascherato di simboli di partito. C’è bisogno invece di una visione comune sul futuro dell’Italia – dicono Angelo Bonelli, Riccardo Nencini e Giulio Santagata – Solo così la coalizione di centrosinistra potrà fondare un’intesa politica seria e rassicurante. Siamo in campo per tenere aperta una prospettiva di riorganizzazione del centrosinistra che certamente non contempla apparentamenti innaturali esclusivamente elettorali”. Più possibilista è il sottosegretario all’Istruzione Gabriele Toccafondi che ha aderito a Civica Popolare di Beatrice Lorenzin: “Ricordo a tutti che i governi Letta e Renzi sono stati sostenuti da forze politiche molto distanti tra loro – spiega al Ilfatto.it – adesso bisogna capire se queste forze vogliono continuare a correre insieme per continuare le riforme che abbiamo fatto negli cinque anni. Apriamo un tavolo fra tutte le forze della coalizione, compresa Ala, e discutiamone”. Poi conclude: “La gente in campagna elettorale non ti chiede con chi stai, ma cosa vuoi fare. E tra il Pd e Ala, se son rose fioriranno”.

Dal Nazaremo al referendum
Verdini e Matteo Renzi hanno un rapporto decennale. Fu proprio l’ex sherpa berlusconiano a presentare il giovanissimo presidente della Provincia all’ex cavaliere nel marzo 2005. Verdini nel gennaio 2014 è stato anche il garante del Patto del Nazareno, rotto solo un anno dopo con l’elezione al Quirinale di Sergio Mattarella. Dopo pochi mesi proprio l’ex macellaio di Fivizzano, coinvolto in diversi processi e recentemente condannato a 9 anni per bancarotta e truffa nell’ambito del crac del Credito fiorentino, decise di rompere con il proprio padrino politico e formare un gruppo parlamentare che facesse da stampella al governo e sostenesse il “Sì” al referendum costituzionale del 4 dicembre 2016. Si sa com’è andata a finire, ma Verdini non molla e continua a vedere in Renzi la figura che può risollevare le sorti dell’Italia. Il sostegno però arriverà ad una sola condizione: una comoda poltrona in Parlamento. Dopo due giorni di silenzio, nella tarda serata di domenica, fonti del Pd hanno smentito l’ipotesi all’Ansa: “Non c’è nessun tipo di accordo in vista alle politiche tra il Pd e Denis Verdini”, dicono dal Nazareno.