Hanno denunciato condizioni di lavoro al limite, chiedendo di essere remunerati adeguatamente per le mansioni che svolgevano. Poi, quando si sono visti recapitare una lettera di licenziamento, hanno fatto picchetti e persino uno sciopero della fame per chiedere di essere reintegrati. Ma alla fine, dei 127 lavoratori licenziati dalla Castelfrigo, azienda leader nella lavorazione delle carni suine, soltanto quelli che non hanno scioperato hanno riottenuto il posto di lavoro.

I licenziamenti, le proteste e le riassunzioni – Siamo a Castelnuovo Rangone, in provincia di Modena, in pieno distretto agroalimentare. È qui che alla fine dell’anno 127 soci lavoratori sono stati lasciati a casa dalle cooperative Work Service e Ilia D.A., che insieme ad altre coop fanno parte del consorzio Job Service, e che avevano in appalto la logistica della Castelfrigo. Alla base della decisione ci sarebbe la recessione dall’appalto per un calo della produzione previsto dall’azienda modenese per il prossimo anno oltre l’indebitamento complessivo del consorzio, pari a circa 7 milioni di euro. Ma questo è solo l’ultimo capitolo di una serie di tensioni e proteste che ormai va avanti da diversi mesi. “I licenziamenti sono stati emessi dalle cooperative, ma la responsabilità è della Castelfrigo, che vuole liberarsi dei lavoratori che protestano”, denuncia Marco Bottura, segretario di Flai Cgil Modena. Per oltre due mesi e mezzo infatti, fino a fine anno, gran parte dei lavoratori ha messo in atto uno sciopero ad oltranza con presidi davanti ai cancelli dell’azienda e alcuni di loro sono arrivati a uno sciopero della fame (a cui ha partecipato anche Bottura) durato 12 giorni. Nel frattempo sono stati fatti incontri ed è stato firmato un accordo unitario in Regione per la ricollocazione degli ex dipendenti in aziende del settore.

Ma a sorpresa, il 29 dicembre, è arrivato l’annuncio da parte della Fai Cisl Emilia Centrale: 52 dei licenziati torneranno al lavoro per sei mesi attraverso una società interinale, con possibilità di rinnovo o stabilizzazione da parte della Castelfrigo. A fare la differenza per riottenere o meno il posto, è stato l’aver partecipato o meno agli scioperi. “Nessuno dei riassunti ha preso parte alle proteste e agli scioperi – attacca Bottura – La Cisl in piena vertenza, il 22 novembre, ha fatto un accordo con la Castelfrigo in cui veniva garantito il posto di lavoro ‘a chi ha creduto nell’azienda’ e non ha scioperato, tagliando fuori tutti gli altri”. Mentre la Cgil era in prima fila nei picchetti e nelle proteste no stop, insomma, la Cisl ha scelto la strada del dialogo con la Castelfrigo, riuscendo a ottenere il rientro di 52 ex dipendenti, che da gennaio a giugno torneranno a svolgere il proprio impiego con l’applicazione del contratto nazionale dell’alimentare. “Il nostro interesse era che l’azienda rimanesse nel territorio, visto che all’inizio si paventava persino la chiusura perché ha perso commesse e ha avuto un grave danno di immagine. Abbiamo contrattato con l’agenzia interinale per fare assumere i lavoratori che ci avevano chiesto assistenza. L’azienda poi ha scelto chi farli rientrare. È vero che il diritto di sciopero è sacrosanto, ma c’è anche il diritto di impresa di scegliere chi assumere”, chiarisce a ilfattoquotidiano.it Daniele Donnarumma di Fai Cisl. La promessa della Cisl è di impegnarsi anche per il reintegro degli altri lavoratori, mentre la Cgil attacca: “È una grande ingiustizia e una violazione della Costituzione perché si lede il diritto allo sciopero, che diventa una discriminazione per ricollocare i lavoratori”, attacca sempre Bottura. I rappresentanti della Castelfrigo, raggiunti telefonicamente da ilfattoquotidiano.it, hanno fatto sapere di “non avere dichiarazioni da rilasciare”.

La denuncia delle false cooperative – Da anni i sindacati si battono per i diritti dei lavoratori della Castelfrigo, denunciando anche il sistema di false cooperative a cui si appoggiano sempre di più le aziende del distretto carni. Complice la crisi economica, infatti, si assiste a una corsa al ribasso del costo del lavoro. La manodopera è esternalizzata con appalti e spesso le ditte che la gestiscono sono le cosiddette “false cooperative”, o cooperative spurie. Le “false cooperative”, spiegano i sindacati, riescono a vincere appalti al ribasso con prezzi inferiori anche del 40 percento perché non pagano i contributi. “È un sistema di scatole di società che aprono e chiudono nel giro di poco tempo, lasciando debiti con lo Stato perché non versano Iva e Irap” spiega il sindacalista della Cgil. Cifre che non vengono più recuperate, perché le cooperative hanno come presidenti prestanome che si rivelano essere nullatenenti. Di contro, assumono lavoratori, perlopiù stranieri, con buste paga irregolari e contratti con inquadramenti inferiori alle mansioni effettivamente svolte, instaurando un sistema di caporalato basato su ricatti, minacce e sfruttamento dei lavoratori, che a volte si lega ad attività malavitose. “Alle imprese conviene affidarsi a queste false coop perché offrono appalti a prezzi più vantaggiosi, ma in questo modo tutto il sistema si inquina perché le aziende sane sono costrette a uscire dal mercato” conclude Bottura. È successo alla Castelfrigo, succede in molte altre aziende. Per sanare il sistema servirebbe una legge, come hanno ribadito anche i lavoratori, che continuano il sit-in davanti alla Castelfrigo, ad Alessandro Di Battista e ai parlamentari del Movimento 5 stelle giunti mercoledì sera a Modena. “Crediamo che il sistema Castelfrigo possa e debba essere fermato”, hanno ribadito i 5 stelle, chiamando all’appello anche le istituzioni e le forze dell’ordine.