La parola lavoro ci fa così paura che l’abbiamo quasi abolita dal vocabolario, e c’è un motivo se l’ultima legge che lo disciplina utilizzi l’inglese (job act) per tentare di eludere, almeno nell’immaginario, quel che sta divenendo un incubo: avere un lavoro e con esso una paga degna di questo nome. Perché il lavoro che non ha un valore non è un lavoro e anche il suo opposto, come il singolare e altrettanto sconcertante caso dei cinque operai Fca pagati ma tenuti lontano dalla fabbrica, dai loro compagni, fa impressione. È questa una punizione ancora più grave, a suo modo eversiva, che dribbla la sentenza del giudice, resiste al diritto e lo sovverte, anzi lo sfregia. Io ti riprendo ma ti tengo fermo, immobile. Ti rendo inutile, ti tolgo ogni identità e dignità.

Alla radice è l’idea che se si è potenti, e sicuramente l’amministratore delegato Sergio Marchionne lo è, il diritto diviene rovescio, la ragione si trasforma in torto e non c’è giudice che ricordi che la legge “è uguale per tutti”.

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