“Per trentasei ore di lezioni frontali all’Università di Firenze, in un anno accademico, percepisco 900 euro lordi, che comprendono anche le ore da dedicare agli esami, alle tesi e al ricevimento. In più insegno all’Università Cattolica di Milano e all’Alma Mater, nelle sedi di Bologna e Ravenna”. 150 ore di docenza, quattro corsi in tre atenei diversi e una vita trascorsa a saltare da un treno all’altro alla fine dell’anno valgono sul conto in banca meno di diecimila euroDa oltre dieci anni Luca Ciancabilla, classe 1974, bolognese, è uno dei tanti “professori a contratto” dell’università italiana, figure non di ruolo all’interno dell’accademia con funzioni didattiche, tanto lontani negli stipendi dai docenti strutturati (che svolgono attività di ricerca e di insegnamento) quanto vicini nei corridoi degli atenei per numero: se nel 1998, secondo i dati del Miur, erano in tutto 16.274, nel 2015 sono saliti a 26.162, a fronte di 32.917 strutturati.

In origine le docenze a contratto erano state pensate come collaborazioni occasionali da affidare a professionisti di settore con un altro lavoro in grado di trasferire le proprie competenze dal mondo del lavoro alle aule dell’università. “Un tempo ad essere invitati erano direttori di musei, architetti di fama internazionale, ingegneri, giornalisti famosi che davano lustro al corso di laurea”, ricorda Ciancabilla che, per “arrotondare”, lavora anche come curatore di mostre e pubblica libri. Oggi, invece, a insegnare con con contratti co.co.co o partita iva “sono per lo più giovani che hanno scelto la carriera accademica e, tra un contratto di ricerca e uno di insegnamento, devono cercare di farsi strada”.

E’ quanto ha denunciato, a Bologna, anche il coordinamento precari della Flc-Cgil insieme con la rete precari dell’Alma Mater Studiorum in un incontro dal titolo “Professori di serie B?”, tenuto il 21 dicembre alla Facoltà di Filosofia: “I docenti a contratto vengono considerati degli esterni, professionisti prestati alla didattica. La realtà invece parla spesso di persone in possesso di un alto titolo di studio (dottorato di ricerca, ricercatori), utilizzate per garantire la sopravvivenza di corsi di laurea penalizzati da un reclutamento che manca. Per loro l’unica possibilità per sperare nella carriera accademica è quella di sommare più insegnamenti”, sostiene Barbara Grüning, del coordinamento precari e docente a contratto. Soprattutto alla luce dei magri compensi: “Per ogni ora di lezione frontale in aula si va da un minimo di 25 a un massimo di 100 euro lordi, a discrezione del dipartimento (in generale le università più penalizzanti sono quelle del centro-sud Italia)”, continua Gruning. “Ma in questo pacchetto retributivo non viene conteggiato il tempo da dedicare a esami, ricevimento studenti, tesi che pure si è tenuti a seguire. Per questo ogni ora effettiva viene pagata in media tra i 4,28 e i 17,14 euro”. La battaglia dei precari, allora, è su un doppio fronte: a livello locale, per chiedere un innalzamento dei compensi; a livello nazionale per l’istituzione di “una figura di pre-ruolo” che superi l’utilizzo “scorretto” del docente a contratto e tutte le forme atipiche di insegnamento.

“Per certi versi, come didattica e esami, le dinamiche lavorative di un docente a contratto sono identiche a quelle di un ordinario”, spiega Ciancabilla, “Ma di fatto restiamo esterni alla vita universitaria. Ad esempio in quanto professori a contratto non possiamo accedere a fondi per gestire nostre ricerche o partecipare a progetti a livello nazionale: siamo esclusi da una prospettiva concreta”. Eppure, nonostante tutto, “spero di poter continuare a insegnare e fare ricerca non come autonomo, ma all’interno delle mura amiche dell’Università. Questo è il mio grande sogno”.