Velo o non velo, lo chiamano Hijab, Niqab, Khimar, Chador, Burka, Abaya, insomma di nomi per definire i vari tipi di abbigliamento islamico ne esistono tanti, come tante sono le donne che lo indossano. Se per alcune è un simbolo di identità religiosa e culturale, per altre è una forma di sottomissione al volere maschile, con il pretesto della religione islamica.

Sarà che per oltre un decennio sono stata ‘costretta’ a rispettare le leggi imposte da un paese islamico quale l’Iran, che alla fine mi sono convinta che tutto sommato le regole, anche se ritenute sbagliate, vanno rispettate. Così come fanno tante donne musulmane e non, che sono costrette a coprirsi il capo senza avere possibilità di scelta tanto meno di obiezione.

Ebbene sì in un mondo globalizzato, che viaggia alla velocità dei megabit, esistono ancora paesi neanche troppo lontani geograficamente dal nostro che ‘impongono’ di indossare il velo anche a chi musulmano non è, anche a chi si reca in quei paesi per turismo o per lavoro. Avviene così che anche noi straniere siamo costrette a coprirci il capo.

Ci aveva provato qualche anno fa da Londra e ancora continua nella sua valorosa impresa, una giovane iraniana esule Masih Alinejad con la sua campagna My Stealthy Freedom a chiedere alle diplomatiche straniere in visita in Iran di non coprirsi il capo, ma nessuna l’ha ascoltata. Le leggi sono leggi e il business supera anche i buoni intenti.

Ecco però che la questione ‘velo’ torna alle cronache quando qualcuno si rifiuta di indossarlo scatenando le consuete prese di posizione. Accade così che una giovane ragazza ucraina Anna Muzychuk, di 27 anni campionessa del mondo in carica in due discipline di scacchi veloci, abbia deciso di non andare in Arabia Saudita – altro paese coercitivo nei confronti delle donne – proprio per non indossare l’Abaya una veste scura con la quale le donne saudite sono costrette a coprirsi. Lo ha dichiarato lei stessa in un lungo post su Facebook: “Tra pochi giorni ho intenzione di perdere due titoli di campione del mondo, uno per uno. Per non giocare secondo le regole altrui, non indossare un velo, non essere scortata in giro e non sentirmi una sottospecie umana”.

Non è la prima volta che una campionessa si rifiuta di competere in un paese con leggi contro le donne. L’anno scorso Nazi Paikidze, nata in Russia e oggi residente negli Usa, si rifiutò di partecipare ai Campionati mondiali femminili di scacchi in Iran, a causa dell’obbligo di indossare l’hijab anche in gara.

La scelta della campionessa ucraina di rinunciare alla sua partecipazione al Rapid and Blitz Chess Campionship di Riad comprende anche la sua rinuncia al premio finale tanto da dichiarare che in questi giorni avrebbe “guadagnato più che in una dozzina di eventi combinati. Tutto ciò è seccante, ma la cosa più triste è che a nessuno sembra davvero importare” .

Seppure il principe ereditario Mohammed bin Salman abbia mostrato di voler alleggerire le restrizioni per le donne saudite, molti divieti ancora oggi sono in vigore. Le donne saudite hanno ottenuto il permesso di partecipare e di candidarsi alle elezioni solo nel 2011 ed ancora oggi sono costrette ad essere accompagnate durante le loro uscite da un uomo, chiamato ‘mahram’ che spesso è un membro della famiglia.

Sembra però che dal prossimo giugno 2018 le donne potranno guidare, ma non tutte, solo quelle che hanno superato i 40 anni e sempre in presenza di un uomo. Inoltre potranno partecipare agli eventi sportivi e il paese ha dichiarato da poche settimane di voler riaprire i cinema chiusi da ben 35 anni. La condizione femminile in Arabia Saudita sta subendo almeno mediaticamente forti cambiamenti grazie al programma di modernizzazione del principe Mohammed Bin Salman. Il principe fu eletto con grande sorpresa lo scorso 21 giugno quando venne nominato da suo padre il re dell’Arabia Saudita Salman Bin Abdulaziz, “principe della corona” e dunque successore al trono.

Nonostante la giovane età, 31 anni appena, Mohammed Bin Salman ricopre da anni incarichi di vertice e sembra proprio che uno dei suoi punti centrali sia l’emancipazione femminile. L’Arabia Saudita ha presentato lo scorso 2016 una dettagliata tabella di marcia per l’attuazione del progetto Saudi Vision 2030 che costituisce il piano economico post-petrolifero del Regno. Tra  i vari progetti del programma vi è volontà di promuovere il benessere fisico, psicologico e sociale dei cittadini sauditi. Infatti il centro della “visione” è una ‘società in cui tutti godono di una buona qualità della vita, di uno stile di vita sano e di un ambiente di vita accogliente, dove si promuovono cultura e divertimento’.

Un programma ambizioso che però non vede alcun cambiamento circa l’abbigliamento islamico delle donne e quindi fallimentare. Finché esisterà una società in cui qualcuno avrà il potere di decisione sugli altri, sulle donne in particolare, e fino a quando permetteremo tutto questo senza far nulla per impedirlo non potremo mai dire di vivere in una società civile, evoluta e progressista.

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