I cosiddetti gufi li guardano pregustandosi lo schianto, chi è rimasto a bordo chiude gli occhi sperando che succeda qualche miracolo. Visti da fuori Matteo Renzi e il Pd sembrano creature che vanno incontro al loro destino, visti da dentro, da quelli che hanno scelto di restare, fanno quasi paura. Neppure la domenica mattina di un weekend pre-natalizio ha lasciato tranquilli i dirigenti Pd: i sondaggi pubblicati dal Corriere della Sera segnano l’inevitabile, ovvero la caduta libera del partito nelle preferenze degli elettori. E i dati segreti che circolano al Nazareno sono ancora più impietosi. Ma quello che agita i democratici è altro: il leader non cambia la linea. Si apre una nuova settimana infuocata per la sua (ex?) fedelissima Maria Elena Boschi sulla questione Banca Etruria: ad esempio martedì la commissione parlamentare d’inchiesta convocherà Ignazio Visco, e su quei banchi potrebbe andare in scena la resa dei conti. Ma Renzi per ora non mette in discussione la sua candidatura in Toscana. Magari addirittura ad Arezzo. Qualcuno vorrebbe dirglielo, fermati. Ma lui insiste. Dentro ci provano in pochi a farlo rinsavire. Per dire, le parole più forti le ha pronunciate il leader di una minoranza dentro il Pd (una delle poche rimasta) e ministro della Giustizia Andrea Orlando: “Ha fatto un lavoro importante che va riconosciuto”, ha detto ieri a margine dell’assemblea dei suoi Dems e riportato dal Corriere. “Io chiedo che si mettadno in campo le candidature che sono in grado di farci prendere più voti. Sulla candidatura della Boschi si deve ragionare, come su quella di tutti noi”. Che detto in orlandiano, significa che magari sulla Boschi ci si potrebbe pure ripensare. Reazioni? Nessuna.

La preoccupazione è ora cercare di capire come arginare anche la perdita di voti, che sarà inevitabile, sulla questione banche. L’unica soluzione che è venuta in mente per il momento al segretario Pd è quella di preparare le candidature dei big nei collegi. Uno schema che possa in qualche modo salvare il salvabile. Quindi oltre a se stesso e alla Boschi in Toscana, Renzi pensa a Graziano Delrio a Reggio Emilia e Andrea Orlando a La Spezia. Così almeno secondo le prime indiscrezioni publicate da Repubblica. Quindi per arginare Liberi e Uguali, la nuova formazione a guida Pietro Grasso nata a sinistra del Pd, vuole mettere la viceministra Teresa Bellanova in Puglia contro Massimo D’Alema, mentre contro Pierluigi Bersani ci potrebbe essere addirittura Piero Fassino. Un collegio dovrà essere riservato a Pierferdinando Casini, probabilmente in Emilia, ma a quel punto dovrà essere controbilanciato da una candidatura più a sinistra. Questo per ora lo schema. Intoccabile solo a patto che le cose non cambino ancora sul fronte banche. Ad esempio nei giorni scorsi si era ipotizzato di spostare la candidatura della Boschi in Trentino Alto Adige, là dove il numero dei Sì al referendum sulle Costituzione lascia intendere che potrebbe non schiantarsi. Ma in realtà l’indiscrezione è stata accolta tra mille polemiche del Pd locale, che è arrivato addirittura ad invocare le primarie.

Insomma, qui siamo oltre ogni visione pessimista di una campagna elettorale difficilissima. Il tour in treno di Renzi ha avuto per ora solo effetti boomerang: contestazioni a ogni tappa, planning secretati per evitare di attirare polemiche e poca risonanza su temi positivi. Non ingrana il segretario e l’onda della vittoria, quella del 40 per cento alle politiche, è così lontana nella memoria che ormai in pochi riescono a ricordarne il sapore. La sola minima autocritica è quella di Andrea Orlando: “Superiamo definitivamente la leadership solitaria di Renzi” anche per evitare errori come quello di “costruire delle buche nelle quali poi cadiamo dentro da soli”, ha detto in un’intervista a ‘La Stampa’. Quando alla Boschi, ha detto: “La sua candidatura non è preclusa. Maria Elena ha svolto un ruolo importante ed è una risorsa. Tutti noi dobbiamo essere sottoposti dal partito a una valutazione per vedere chi può portare più consensi e chi meno”. Orlando ha escluso che chiederà nuove primarie nel Pd, perché “l’esito delle primarie non si discute. Io chiedo di dare dignità pubblica ad una linea di costruzione del centrosinistra, che oggi si è riconosciuta come necessaria obtorto collo: e di fare scelte conseguenti”. Se Renzi dovrebbe investire Gentiloni della guida della coalizione? “In parte lo sta facendo. Sta provando a dare il segno di una pluralità di opzioni che il Pd può mettere in campo, tra le quali Gentiloni, che ha un ruolo rilevante”. E, a una domanda sulla possibilità di ricucire con Liberi e Uguali, Orlando replica: “Non credo che il problema sia l’investitura di Gentiloni. Il discorso sulla premiership, a questo punto, viene dopo le elezioni. Invece c’è una pericolosa tentazione di LeU a prendere le distanze dal Pd, anche a costo di dover teorizzare il dialogo con forze populiste. E difficile criticare la politica sui migranti del Pd e cercare un dialogo con i 5 stelle. Fanno molti sconti ai grillini che a noi non vengono offerti. Un movimento anti-europeista e contro lo Ius soli che sui migranti va a braccetto con Salvini…”.

A Orlando non risponde nessuno. O quasi. “I sondaggi di oggi, così come quelli dei giorni passati, ci dicono che bisogna stare sul territorio. Il Pd deve parlare delle cose fatte, e sono tante, non solo nei circoli ma nelle piazze. Bisogna cercare chi è arrabbiato e deluso e fargli capire che c’è ancora spazio per la vera politica”. L’unico commento a tema di giornata è quello di Stefano Pedica, membro della direzione Pd e presidente dell’associazione DEM di Cantiere democratico, formata da esponenti della società civile che fanno riferimento al Pd. Conta poco nel quadro generale, eppure lui ci prova a ridire la formula: “È necessario stare tra la gente, diventare operai del Pd, senza paura di prendersi gli insulti. Non bisogna fare i generali senza truppe. La nostra priorità è il popolo del non voto. Basta parlare di coalizioni fatte da partitini dello zero virgola per cento”.