“Sostanziale inadeguatezza delle strutture ministeriali, soprattutto per quanto riguarda la valutazione del rischio“. “Controlli interni inadeguati o assenti”. Una gestione “sconcertante, perché l’amministrazione al momento della sottoscrizione di prodotti finanziari non è pienamente consapevole delle alee che assumeva”. Ciliegina sulla torta, “comportamenti omissivi” del Tesoro e della responsabile del debito pubblico, Maria Cannata. Non ha usato giri di parole Massimiliano Minerva, sostituto procuratore presso la Procura regionale del Lazio della Corte dei Conti, sentito mercoledì dalla commissione parlamentare di inchiesta sulle banche sul tema dei derivati sul debito pubblico sottoscritti dal ministero dell’Economia con le banche d’affari a partire dagli anni Novanta. Contratti che sulla carta avrebbero dovuto tutelare lo Stato italiano da eventi avversi come l’aumento dei tassi di interesse, ma si sono trasformati in boomerang. Al 31 dicembre 2016 il valore di mercato di tutti gli strumenti derivati sul debito era negativo per 37,9 miliardi. Tra 2013 e 2016 l’impatto sul bilancio pubblico è stato negativo per ben 24 miliardi: 13,7 di esborsi effettivi, il resto come conseguenza di aggiustamenti contabili.

di Manolo Lanaro

Nel mirino della magistratura contabile c’è in particolare il derivato stipulato nel 1994 con Morgan Stanley, che nel 2012 è costato alle casse pubbliche oltre 3 miliardi di euro: la banca invocò una clausola che le consentiva la conclusione anticipata del contratto al verificarsi di alcune condizioni, come il declassamento del rating della Penisola. Per questa vicenda lo scorso luglio la Corte dei Conti ha citato in giudizio per danno erariale sia la banca d’affari sia gli ex ministri Domenico Siniscalco e Vittorio Grilli, il direttore generale del Tesoro Vincenzo La Via e la stessa Cannata, che sarà audita in commissione mercoledì sera. I magistrati contabili chiedono a Morgan Stanley di risarcire 2,9 miliardi di danni e ne pretendono altri 1,2 da Grilli, Siniscalco, La Via e Cannata. Questo perché alcuni dei derivati “evidenziavano profili speculativi che li rendevano inidonei alla finalità di ristrutturazione del debito pubblico”.

Minerva, nel corso dell’audizione, ha sottolineato che “la dottoressa Cannata aveva un ruolo dominante e firmava tutti i contratti dei derivati e i decreti di approvazione dei contratti”. Ma le responsabilità si estendono, secondo il magistrato, all’intera “organizzazione della struttura del ministero, con controlli interni inadeguati o assenti”. Le operazioni stipulate dal 1994, ha ricordato, “erano assistite da una clausola molto particolare di early termination. C’e un accordo del ’94 tra Stato e Morgan Stanley che prevedeva una clausola di estinzione anticipata che consentiva a Morgan Stanley e solo a lei la facoltà di chiudere posizioni in essere. Tra queste clausole vi era il superamento di limiti prestabiliti dell’esposizione della banca con lo Stato“.

Il derivato fu chiuso nel 2011. Ma “la responsabile del debito pubblico del Tesoro Maria Cannata dichiara di aver avuto consapevolezza di questa clausola solo nel 2007, invece il Mef non può dire di ignorare che esisteva questa clausola. E’ un comportamento secondo la procura omissivo”, ha dichiarato Minerva, secondo cui anche dopo il 2007 “se ne sottovaluta la portata”. In seguito, “dal 2007 al 2011 il ministro non fa nulla per cercare di ricondurre questa clausola a una dimensione sostenibile“.  Il procuratore ha ricordato inoltre che “nel periodo dal 2000 al 2008 al Tesoro non c’erano software di analisi probabilistica” e Cannata nel 2015 in sede di audizione parlamentare, “riguardo alla difficoltà di ricostruire il mark to market“, cioè il valore di mercato dei contratti, “dichiarò che il problema era che aveva a disposizione database con ben poche informazioni, il valore iniziale dei contratti, le scadenze e poco altro”. “E’ sconcertante”, ha commentato Minerva, “perché l’amministrazione al momento della sottoscrizione di prodotti finanziari non è pienamente consapevole delle alee che assumeva”.

Il presidente della stessa commissione Pier Ferdinando Casini ha precisato: “Non abbiamo ascoltato l’opinione della Corte dei Conti, come ha correttamente precisato lo stesso procuratore del Lazio, Andrea Lupi, ma il capo di accusa della Procura del Lazio nei confronti di alcuni dirigenti del Tesoro. Saranno i giudici a stabilire l’esito delle accuse. La commissione ha voluto ascoltare tutte le opinioni”.