Famiglia Cristiana rischia di chiudere e i giornalisti per lanciare un grido d’aiuto hanno proclamato una giornata di scioperodigiuno. Giovedì prossimo, i dipendenti della storica voce della società e della Chiesa italiane incroceranno le braccia per tentare di salvare la testata: lo ha deciso all’unanimità l’assemblea dei giornalisti della Periodici San Paolo, che oltre al noto periodico le testate Credere, Jesus e Il Giornalino.

“Purtroppo, l’autorevolezza e la qualità delle nostre riviste sono sempre più minacciate da una politica aziendale miope e di corto respiro che considera tutti i lavoratori, giornalisti e impiegati, soltanto una riga di costo del bilancio mortificandone la dignità professionale”, denuncia il documento approvato. Dopo quasi tre mesi di trattative, infruttuose, tra l’editore e il comitato di redazione sul rinnovo degli accordi integrativi aziendali disdettati unilateralmente dall’azienda nel giugno scorso, spiegano i giornalisti “siamo costretti, nostro malgrado, a questo gesto simbolico che non ha precedenti nella quasi centenaria storia di Famiglia Cristiana”.

“Con questo digiuno – aggiungono – vogliamo esprimere tutta la nostra preoccupazione per il futuro delle testate e dei nostri posti di lavoro e per denunciare l’accentramento di tutti i poteri e le funzioni nelle mani di una sola persona”. L’azienda, secondo il comitato di redazione, “non ha alcuna idea seria e credibile di futuro” rappresentata “dall’assenza di un piano industriale degno di questo nome, se non quella di tagliare lo stipendio dei giornalisti e impiegati imponendo solo tagli, sacrifici e umiliazioni“.

Da qui la decisione di dire “no” alla logica del ricatto, come la chiamano nel documento approvato, da parte dell’azienda “che vuole continuare ad agire, in maniera indiscriminata, sul taglio degli stipendi dei giornalisti e degli impiegati chiedendo un impegno di lavoro quasi triplicato”.

I giornalisti del gruppo vengono già da quattro anni di solidarietà e cassa integrazione e rivelano di aver “visto vicedirettori costretti a dimettersi o collocati in cassa integrazione a zero ore” e “un’intera redazione costretta a subire una pesantissima decurtazione dello stipendio per evitare il licenziamento di sette colleghi alla vigilia del Natale 2015″. Quanto agli impiegati non giornalisti, attacca ancora l’assemblea, l’azienda ha imposto la “cassa integrazione fino al 50, 70 e anche 100 per cento, con casi di persone che sono state messe letteralmente alla porta”.