La Norman Atlantic deve rimanere nel porto di Bari. Lo ha stabilito la procura pugliese rigettando la richiesta di dissequestro del relitto del traghetto naufragato nel dicembre 2014 al largo delle coste albanesi dopo un incendio scoppiato a bordo, in cui persero la vita 29 persone. La nave venne prima trasportata a Brindisi per le operazioni di spegnimento e nel febbraio successivo è stata poi trasportata a Bari e ormeggiata dinanzi al terminal crociere del porto. Da tre anni è sottoposta a sequestro probatorio e non è ancora tempo di restituirla all’armatore Carlo Visentini, secondo i pm che coordinano le indagini, Ettore Cardinali e Federico Perrone Capano: il relitto deve restare a disposizione dei magistrati perché potrebbe essere necessario eseguire ulteriori accertamenti tecnici e accessi a bordo.

Il rigetto è stato accolto favorevolmente dagli avvocati delle vittime: “È la seconda volta che provano a cancellare le scritte sulla nave ed il ricordo della tragedia. Il relitto della Norman incendiata nel porto di Bari non è certo una buona pubblicità per la società che la noleggiò e per l’armatore – dice l’avvocato Massimiliano Gabrielli, che difende decine di passeggeri assieme ai colleghi Alessandra Guarini e Cesare Bulgheroni – Ma, al di là della correttezza del vincolo probatorio in vista del processo penale, per noi è un monumento e monito alla evitabilità di questi disastri marittimi. E non ci scordiamo che da Genova sono arrivate indagini ed arresti su certificazioni facili Rina“.

La Norman Atlantic è già stata oggetto delle operazioni di smassamento – cioè di rimozione delle auto e dei camion rimasti a bordo dal giorno dell’incendio – e di diversi accessi nel corso dell’incidente probatorio, chiusosi ad aprile. In quell’occasione, i periti nominati dal Tribunale di Bari stabilirono quali sono state a loro avviso le cause che hanno generato le fiamme: “L’antincendio è stato realizzato male – sintetizzarono i tecnici in una relazione anticipata in esclusiva da ilfattoquotidiano.it lo scorso febbraio – Il rogo venne sottovalutato per 10 minuti e parte equipaggio era impreparata”. Nelle quasi 700 pagine di analisi, il pool di esperti certificava anche che l’antincendio era stato aperto sul ponte sbagliato.

A distanza di tre anni dal naufragio, è ancora in corso l’inchiesta in cui si ipotizzano i reati di cooperazione colposa in naufragio, omicidio plurimo e lesioni. Oltre all’armatore e alle due società Visemar, proprietaria della nave, e la greca Anek, noleggiatrice del traghetto, sono indagate 15 persone tra cui il comandante Argilio Giacomazzi, gli amministratori della società Anek e alcuni membri dell’equipaggio. In attesa del processo penale, centinaia di passeggeri hanno  fatto partire la causa civile nel dicembre 2016 per il risarcimento del danno da oltre 10 milioni di euro, chiamando in causa anche il Registro navale italiano. Ma anche quel processo procede a rilento: l’unica udienza davanti al giudice Raffaella Simone si è tenuta lo scorso 24 ottobre. “Da quel momento è in riserva su questioni preliminari”, sottolinea Gabrielli.

Per questioni relative alle indagini, l’Italia è finita anche nel mirino dell’Unione Europea. Negli scorsi mesi, infatti, Bruxelles infatti ha chiesto chiarimenti in merito all’indagine tecnica del ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti, affidata alla Digifema, la Direzione generale per le investigazioni ferroviarie e marittime. Essendo coinvolte persone provenienti da diversi Paesi europei, infatti, anche le rispettive strutture ministeriali avrebbero dovuto partecipare alle indagini. Ma nel dicembre 2015, il Bsu tedesco – corrispettivo della Digifema italiana – scrisse alle autorità italiane per comunicare l’abbandono dell’inchiesta perché “in Italia non è permessa un’indagine tecnica obiettiva sugli incidenti a causa dell’assoluta priorità del procedimento penale”, in contrasto con le norme Ue. Adesso c’è il rischio che venga aperta una procedura d’infrazione.

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