Che quella del Benevento fosse una storia surreale lo avevamo capito da tempo e, infatti, abbiamo seguito la squadra in serie A, di partita in partita, con la stessa propensione ad accogliere l’irrazionale con cui ci avviciniamo a un romanzo di André Breton e con lo stessa disposizione all’assurdo con cui approcciamo una saga fantasy o a un testo del realismo magico.

D’altra parte, dalla partita contro il Torino a quella col Sassuolo, passando per la sfida col Cagliari, abbiamo assistito, sempre nei vertiginosi minuti di recupero, al quotidiano rovesciamento della realtà e alla reiterata negazione del principio di causa-effetto e di non contraddizione. E abbiamo imparato quasi a non battere più ciglio. Che quella del Benevento fosse, poi, una vicenda non banale era intuibile già dall’incipit.

In sole 15 giornate, la squadra è diventata un caso mondiale collezionando una sfilza di record planetari corredati da una pletora di articoli della stampa nazionale e internazionale, a cui si aggiungono un episodio di presunto doping, un esonero dell’allenatore, una lettera di Nina Moric, svariate invocazioni della Var, infortuni di massa, gol annullati, gol regalati, pali secchi, polemiche, gossip e lanci di sementi ai quattro venti.

Anche io – confesso – in un momento di sconforto ho provato a vendere la squadra a un emiro del Qatar intercettato in un appostamento all’ingresso di una boutique maschile del Quadrilatero della moda. Invano, lo sceicco voleva investire nel cachemire. Però c’ho provato: davanti al buio dello zero assoluto tutto era concesso.

Il lettore allenato sa che, affinché uno stravolgimento della trama risulti efficace, deve essere inatteso e così ieri, quando sembrava persa l’ennesima partita, anche l’ultima speranza pareva perduta contro il Milan, quello in cui giocavano Franco Baresi e Paolo Maldini, quello della figurina Panini che mio fratello ha appiccicato sull’interruttore della cucina nel ’92 e che nessuno da allora è più riuscito a staccare.

Tuttavia che arrivasse il pareggio al 95’ e che, soprattutto, a siglarlo fosse Alberto Brignoli, professione portiere, non avremmo potuto prevederlo nemmeno noi che siamo ormai affinati nell’accettare tutto ciò che, quest’anno sul campo del Vigorito, sovverte le leggi ordinarie della logica – o forse, nella convivenza con l’assurdo, alcuni di noi hanno ipotizzato un colpo di scena di tale portata, ma l’inverosimile preveggenza non ha certo attenuato lo sbigottimento e la gioia davanti alla realtà di un gol del genere.

Il portiere! Risolta l’annosa questione del tentennamento in attacco, rotto l’incantesimo dello zero assoluto, guadagnato il primo punto in classifica che è stato festeggiato, dalla squadra e dalla città, come la vittoria di una finale di Champions. Colpo di testa del portiere!

Ma che siete venuti a fare in serie A?” mi ha domandato un pomeriggio, in ascensore, un signore con un cappello a falda larga blu e un cappotto lungo fino ai piedi. Sul momento, non sono stata in grado di ribattere, ma da ieri ho ben chiaro il compito del Benevento nella massima serie: scalfire la crudele monotonia del campionato.

P.s.: la settima edizione del Premio Stregone va alla profezia dei miei alunni interisti: “Prof, vuole vedere che il primo punto il Benevento lo fa col Milan? Scommettiamo? Forza Benevento, prof! Ma poi ci mette 8?”

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