L’altra sera giocavo ai Pokémon con mio figlio quando ho sentito in tv Berlusconi definirsi “il presente del nostro Paese”. Mi è scappato un Ommioddio così spontaneo da sorprendere il marmocchio che, temendo un danno su una carta rara, me ne ha chiesto accigliato la ragione.

Gli ho spiegato che mi preoccupava il pensiero di quel signore, a me un po’ antipatico. Alla richiesta di ulteriori dettagli, ho addotto esempi a lui intellegibili quali Sauron, Voldemort e Tritannus. Dopo la fiaba ho riflettuto sulle ciclicità del nostro tempo, promesse, scandali e processi che per venti anni hanno scandito la vita della nazione senza poi cessare.

Disorientato, mi sono riscoperto a interrogarmi sulle parole che avrebbe usato Fabrizio de André per cantare questa Italia e, per consolarmi, ho sfogliato Uomo Faber, magnifico fumetto scritto da Fabrizio Càlzia e illustrato da Ivo Milazzo, ripubblicato da Nicola Pesce editore.

Uomo Faber

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Vi si contempla il piacere della presenza di Fabrizio nei frammenti dei suoi ricordi, in un percorso che parte dalla nostalgia per il padre e le origini e, attraversando i colori dell’infanzia, sfiora Nina e Andrea, riflettendo sui mutamenti avvenuti da Via del Campo a Princesa, mentre sullo sfondo della scuola Diaz rivive la mattanza del Sand Creek. Finché l’imposizione di un’immagine responsabile, rifiutata dal cantautore, schiaccia il desiderio di esprimersi portandolo a non esibirsi per una platea superficiale.

Come una boccata d’aria, ecco dunque il conforto del punto di vista dell’intellettuale che, pur nella dimensione fantasiosa del fumetto, mette a fuoco la realtà filtrandola fino a trasformarla in messaggio, invito o allarme. E mentre ero sulla cattiva strada, mi sono accorto che la sedia di Faber, almeno quella abbandonata nel mio cuore, è ancora vuota.

Non c’è oggi un intellettuale come lui, capace di accendere l’interesse verso gli ultimi, i profughi, le vittime e i disperati, facendone i protagonisti delle proprie opere.

Anzi no, forse uno c’è, ed è Zero Calcare. Per alcuni sarà un’iperbole, data l’ironia che stempera il drammatico delle sue opere, ma le file alle presentazioni, le centinaia di migliaia di condivisioni social dal suo blog e tutti gli eventi a cui viene invitato sono evidenze della presa dell’autore romano verso il pubblico contemporaneo.

Macerie prime, ultimo lavoro edito da Bao Publishing, rappresenta un’ammissione di questa investitura non voluta dal fumettaro di Rebibbia divenuto, suo malgrado, testimonial di cause non sue e spesso perse.

In quest’opera, sempre autobiografica ma corale, lontana sei anni dagli esordi de La Profezia dell’Armadillo, ZC tira le somme del successo che gli ha dato fama e emancipazione, a differenza di molti suoi amici, personaggi non solo di carta ma della sua vita, e coprotagonisti della vicenda. Prigionieri dell’incertezza e soli contro un destino di precariati e biologici ticchettii, perdonano solo in parte la popolarità all’amico disegnatore, distratto, sempre lontano e infastidito da tutte le mani che lo tirano per la giacchetta.

Come Faber rifiutava di cantare, così Calcare medita di disertare occupazioni e picchettaggi, quelle battaglie che hanno caratterizzato la sua vita, facendo del suo punto di vista disegnato il trampolino verso la fama.

Si confida Calcare, sorprendendo e in alcuni casi deludendo, a discapito di quei rapporti che gli impegni e le zavorre, o accolli come diciamo a Roma, gli hanno impedito di coltivare. E mentre un oscuro nemico trama per tornare, nutrendosi di frammenti strappati alle vittime di questa maturazione disperata, Calcare ci ricorda che il suo ruolo non è politico, e che i suoi disegnetti non sono disimpegno ma solo un modo di parlare al mondo, senza l’ambizione di salvarlo.

Incattiviti dalle micragne delle proprie esistenze, i protagonisti di Macerie prime si rinfacciano invidie e rancori, cessando di essere compagni moschettieri. E Calcare non è da meno, abbandonato perfino dall’Armadillo, coscienza parlante forse incapace di farsi sentire, come Gesù con Don Camillo, per la sbagliata disposizione d’animo derivante dall’egoismo.

In attesa della seconda parte di quest’opera, attesa per la metà del prossimo anno, in un climax degno del rapimento di Ian Solo, tutte le vicende narrate restano in sospeso, nella speranza di un’indicazione futura che permetta ai lettori di ambire a un lieto fine, che ci insegni a difenderci dalle cose feroci, ricordandoci l’importanza di prenderci cura l’uno dell’altro.