I voti del padre, le indagini del padre, e adesso per gli inquirenti anche i soldi del padre. È la parabola seguita da Luigi Genovese, studente ventunenne appena eletto all’Assemblea regionale Siciliana con più di 17mila voti nelle file di Forza Italia. C’è anche il nome del giovane neo consigliere regionale nell’ordinanza di sequestro notificata dagli uomini della Guardia di Finanza di Messina. L’inchiesta coordinata dal procuratore peloritano Maurizio De Lucia e dall’aggiunto Sebastiano Ardita ha messo i sigilli a beni per un valore di 100 milioni di euro:  società di capitali, conti correnti, beni mobili ed immobili, ed azioni.

Sequestro alla famiglia – Tutto riconducibile a Francantonio Genovese, primo segretario del Pd in Sicilia, deputato del partito di Matteo Renzi poi approdato in Forza Italia dopo l’arresto. Genovese è stato già condannato in primo grado per associazione per delinquere, truffa, riciclaggio, frode fiscale, peculato perché con enti controllati da lui e dai suoi familiari ha truffato la Regione siciliana. L’entità della truffa? Circa venti milioni di euro. L’accusa per il politico è di aver provato a sottrarre al fisco, ma anche al sequestro, l’ingente patrimonio di famiglia. Tra gli indagati per riciclaggio ed evasione fiscale c’è anche il giovane Genovese, al quale il padre Francantonio avrebbe intestato parte del suo patrimonio.  Coinvolti nell’inchiesta anche la moglie di Francantonio, Chiara Schirò, la figlia Rosalia e il nipote Marco Lampuri. La moglie di Genovese era stata condannata nel marzo scorso alla pena di 2 anni e due mesi nell’ambito dello scandalo per la formazione professionale.

Svizzera e Panama – Oltre ai soldi presenti sul conto di una società panamense, aperto in una banca di Montecarlo, e i conti correnti di Unicredit e di una banca messinese, sono stati sequestrati una villa, appartamenti a Roma, Taormina e Messina – compresa  la lussuosa villa in cui abita la famiglia a Ganzirri – e le quote di due società, trasferite da Francantonio Genovese al figlio. Le indagini hanno consentito di rinvenire fondi esteri per oltre 16 milioni di euro, schermati da una polizza accesa attraverso un conto svizzero presso la società Credit Suisse Life Bermuda Ltd. Pochi mesi fa le autorità avevano chiesto proprio al fisco elvetico i nomi degli italiani con polizze assicurative sospette. L’inchiesta nasce proprio da lì, dall’indagine della Guardia di Finanza di Milano sui conti svizzeri degli italiani benestanti.  Il parlamentare è accusato di aver riportato in Italia parte di questi soldi (oltre 6 milioni) attraverso spalloni rendendoli così irrintracciabili. Le verifiche sui redditi, infatti, non consentivano di considerare compatibile questo patrimonio con le entrate dichiarate. Poi, partire dal 2016, a Genovese padre erano stati notificati da parte dell’Agenzia delle Entrate alcuni avvisi di accertamento per oltre 20 milioni di euro derivanti dalla conclusione di verifiche fiscali condotte nei suoi confronti. E così le indagini hanno messo in luce una complessa attività di ulteriore riciclaggio finalizzata anche a frodare il fisco.

“Voleva sfuggire all’aggressione patrimoniale” – È emerso infatti che gli indagati, anche avvalendosi di alcune società a loro riconducibili, hanno realizzato operazioni immobiliari per trasferire ad altri beni immobili e disponibilità finanziarie in loro possesso per eludere il possibile sequestro dei 16 milioni provenienti dal riciclaggio e per sottrarsi al pagamento delle imposte e delle sanzioni amministrative che ammontavano a circa 25 milioni di euro, tutte nate dai processi sullo scandalo della formazione professionale. Così Genovese, nel tentativo di sfuggire all’aggressione patrimoniale nei suoi confronti, si è spogliato di tutto il patrimonio finanziario, immobiliare e mobiliare a lui riconducibile. Questo manovre hanno consentito tra l’altro a Genovese padre, con la complicità del figlio Luigi, di vanificare gli effetti del pignoramento che sulle sue quote era stato effettuato da Riscossione Sicilia. Il deputato, infatti ha partecipato come custode delle quote alle assemblee nelle quali si è deciso di azzerare il valore delle proprie azioni – dell’importo di svariati milioni di euro – e di consentire al figlio Luigi di subentrare – con la sottoscrizione di strumentali aumenti di capitale – nella titolarità piena della società eludendo il pignoramento. Le finalità illecite delle condotte sono state dimostrate dal fatto che il giovane Genovese ha versato la propria quota di capitale con denaro bonificatogli, nei giorni immediatamente precedenti alle operazioni dal padre.

“Genovese jr prestanome del padre” – Genovese junior  “è il prestanome e beneficiario dell’operazione” compiuta dal padre “per sottrarsi al pagamento di imposte sui redditi e sul valore aggiunto” nonché “di interessi e sanzioni amministrative comminate dalla Commissione Tributaria” per un ammontare complessivo di oltre sedici milioni di euro, scrivono dunque i giudici del tribunale peloritano che hanno emesso il decreto di sequestro preventivo. Secondo i magistrati i Genovese “operavano con atti fraudolenti affinché nella titolarità delle quote di partecipazione della società Gefin subentrasse il figlio. Per i giudici gli indagati “dapprima artificiosamente determinavano un aumento di capitale, rispetto al quale Francantonio Genovese rinunciava a sottoscrivere le quote, affinché in esito ad esso il figlio, benché privo di risorse economiche proprie sottoscrivesse i nuovi titoli acquisendo il 51,61 per cento del capitale”. Per i giudici “la gravità dei fatti non è indice per l’applicazione di una pena ma può essere valutata come elemento che evidenzia, per capacità e pervicacia criminale, per il livello dei ‘mondi e dei modì con cui si agisce, rilevante rischio di aggravamento e reiterazione di reati ed esigenze cautelari correlate”. I giudici parlano quindi di “indizi gravi, plurimi e convergenti“, evidenziando il “rischio reiterazione con riferimento a somme sparite e a successivi introiti, molto elevate”.

Il legale: “Strana tempistica” – “Sto già valutando insieme al mio legale di fiducia le iniziative da assumere in sede giudiziaria, certo di dimostrare la linearità e la regolarità della condotta mia e dei miei congiunti, nella gestione dei beni di famiglia. Anche se la tempistica di questo provvedimento può apparire sospetta, voglio credere che non vi sia alcuna connessione con la mia recente elezione all’Assemblea Regionale Siciliana”, è la replica di Luigi Genovese. “Non consentirò nessuna eventuale strumentalizzazione in chiave politica. Ringrazio le centinaia di persone che già in queste ore mi hanno manifestato grande solidarietà e affetto”. Simili anche le dichiarazioni del legale della famiglia, l’avvocato Nino Favazzo: “Colpisce la tempistica del provvedimento – dice il penalista – che, in relazione ad una notizia di reato risalente a circa tre anni addietro viene, forse richiesto, ma certamente emesso dopo che la dottoressa Chiara Schirò ha definitivamente regolarizzato, attraverso lo strumento della ‘voluntary disclosurè, la propria posizione con lo Stato italiano versando quanto dovuto a titolo di imposta sanzioni ed interessi ed all’indomani della recente tornata elettorale, in cui Luigi Genovese è stato eletto alla Assemblea Regionale Siciliana, registrando un significativo consenso”.

Sicilia sotto inchiesta – La saga dei Genovese aveva fatto molto scalpore in campagna elettorale, quando l’ex segretario del Pd aveva deciso di candidare il figlio alle elezioni regionali in sostegno di Nello Musumeci. E alla fine le quasi 18mila preferenze raccolte erano state in qualche modo fondamentali per sancire la vittoria del centrodestra. Alla prima seduta dell’Ars sarà uno dei due segretari temporanei a salire sugli scranni più alti del Parlamento in quanto deputato più giovane. Genovese junior è il quarto neoeletto all’Assemblea regionale Siciliana a finire sotto inchiesta a 18 giorni dalle elezioni del 5 novembre. Due giorni fa era finito indagato un altro parlamentare di Forza Italia, Riccardo Savona, accusato di truffa e appropriazione indebita da parte della procura di Palermo. Prima era toccato a Edy Tamajo di Sicilia Futura, sostenitore del candidato del Pd Fabrizio Micari, indagato per associazione a delinquere finalizzata alla corruzione elettorale A due giorni dal voto, invece, era finito nei guai Cateno De Luca, eletto nell’Udc e arrestato nei giorni scorsi con l’accusa di evasione fiscale e tornato libero dopo la decisione del gip di Messina di revocare i domiciliari.

Bindi: “Suo caso non era tracciabile” – L’ennesimo caso giudiziario, dopo una campagna elettorale segnata dalle polemiche sugli impresentabili, raccoglie anche il commento di Rosy Bindi. “I controlli sono insufficienti. Dal punto di vista giudiziario il giovane Genovese non era tracciabile perché il suo caso era sottoposto a segreto istruttorio. Ma non sono solo i casellari giudiziari che ci aiutano a capire la qualità della classe dirigente. La prima responsabilità sta nelle forze politiche che invece sono molto distratte da questo punto di vista e preoccupate solo di vincere le elezioni”, dice la presidente della commissione Antimafia, che è ancora a lavoro per analizzare i casi dei candidati alle regionali siciliani. “I risultati? Potremmo renderli noti la prossima settimana. Sicuramente c’è stata molta più attenzione in queste ultime regionaliperché credo che il lavoro dell’antimafia sia servito soprattutto a rendere più attente e più vigilanti le commissioni elettorali e l’informazione. Purtroppo non posso dire altrettanto dell’impegno delle forze politiche perché quello che sta emergendo dalle elezioni siciliane è davvero molto grave”.